Piero Furlotti, “Montevaccà di Bedonia”

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Project Description

Piero Furlotti
(Noceto 1906 – 1971)

Montevaccà di Bedonia
seconda metà XX sec, tempera su cartone

Nell’autunno del 2007, Fondazione Cariparma dedicò una mostra monografica a Piero Furlotti. I figli, donarono a Fondazione Cariparma due opere dell’artista, di cui una, che vi raccontiamo in questa scheda, è una veduta dei nostri Appennini, Montevaccà di Bedonia.
Per Piero Furlotti la pittura fu un destino segnato. Suo padre Torquato, infatti, insieme al nonno Pietro, erano noti a Noceto, suo paese natale, per aver arricchito il locale Teatro di un nuovo fondale dai tratti esotici. Decoratore e freschista fu anche il fratello Bruno che, come i suoi prossimi, si prestava ad esaudire i desideri dei committenti locali: qualche cappella, talvolta una chiesa e meglio ancora, se pur di rado, un salone di rappresentanza di qualche nobile palazzo lungo il corso della via Emilia.
Diplomatosi presso l’Istituto d’Arte Toschi di Parma, Furlotti ebbe come maestri Paolo Baratta e Guido Marussig, artista triestino che, nonostante l’incarico temporaneo di insegnamento, aveva saputo attirare la viva attenzione degli allievi del suo corso. Quei pochi mesi di attività avrebbero avuto un forte impatto sulla carriera e sulla maturazione del giovane artista. Furlotti si trasferì poi a Milano dove Atanasio Soldati, suo amico e conterraneo lo chiamò nel 1926 a frequentare l’Umanitaria della Scuola del Libro di Milano e dove ritrovò il Marrusig che in quella scuola insegnava da diversi anni. Qui, fece le prime esperienze professionali nel settore della grafica e in particolare dell’illustrazione per libri e riviste: collaborò, con il Radiocorriere del tempo realizzandone le prime copertine e con numerose case editrici. Milano, in quegli anni, era la sede prescelta delle grandi mostre degli artisti aderenti al movimento del “Novecento”; era facile, allora, poter ammirare le opere di artisti affermati come Sironi, Tosi, Carrà, De Pisis, Morandi, Severini, Casorati, Campigli, Soffici.
Seguirono anni di ulteriore impegno nella produzione di libri illustrati a seguito del prolungato sodalizio con il poeta parmigiano Renzo Pezzani.
Queste prime esperienze contribuirono a forgiare in Furlotti un gusto per l’immagine stilizzata, fortemente semplificata ma al contempo pregna di rimandi simbolici. Il suo fu sempre un fare concreto che lo tenne lontano dall’astrazione costruttivista e post-futurista del momento. Sentì, piuttosto la suggestione di Sironi, la sintesi espressiva delle forme monumentali di Carrà, la misura dello stile di Marussig travisabili ad alterni momenti nelle sue opere.
Nel dopoguerra Furlotti, rientrato a Parma, si dedicò all’insegnamento pur non rinunciando a partecipare a diversi concorsi; è del 1951 il concorso per la scenografia del Macbeth di Verdi in cui si classificò secondo con una serie di dodici bozzetti. Nel 1953 partecipò a quello per la decorazione della Sala del Consiglio Provinciale di Parma producendo un bozzetto con una veduta sui castelli parmensi. Trovò affermazione, nel 1952 alla Mostra delle Conserve dove il suo manifesto attirò l’attenzione della giuria «per i richiami all’iconografia antelamica applicata alla cultura dell’agroalimentare».
A seguito di questa esperienza e con la morte di Pezzani si avverte un progressivo distacco dalla grafica editoriale e si fa strada, piuttosto, un amore per la pittura monumentale, di forte evocazione storica in consonanza con un impegno diretto nella politica in virtù del ruolo di Sindaco socialista di Noceto, ricoperto dal 1951 al 1956.
Il progressivo distacco dall’attività politica e una recuperata tranquillità d’animo gli consentirono di dedicare l’ultimo periodo della sua produzione a una rinnovata fase di ricerca pittorica; si confrontava sempre più spesso con la sua attività segreta di pittura di cavalletto.
Furlotti amava dipingere a tempera tecnica che gli permetteva la sintesi con le sue passate attività di scenografo e di autore di manifesti. Sul finire degli anni Cinquanta oltre un centinaio di tempere confrontandosi con la pittura di paesaggio.

Nell’opera in oggetto, Montevaccà di Bedonia, l’artista riprende en plein air, come un tardo e nostalgico post-impressionista, la natura e quei luoghi a lui tanto cari.
Immaginiamo l’artista sul luogo preposto con cavalletto e cassetta delle tempere.
Dipingeva quei biglietti colorati di getto, su di un cartoncino di 24×28 cm, simile a quello dei coperchi delle scatole da scarpe. Misura che si adattava perfettamente al riquadro interno della scatola in legno per i colori che gli serviva come tavolo d’appoggio.
Così deve essere nato questo dipinto, d’istinto, a tratti svelti, immediati, probabilmente in pochi minuti, quasi a voler imprigionare l’aria e i colori che filtravano dall’esterno. Da questi bozzetti l’artista traeva spesso lo spunto per l’opera ad olio, a sua volta tradotta sulla tela di sacco.
Scriveva Francesco Barocelli, che «i suoi, sono paesaggi pacati, fatti di silenzi, di case, di colline, senza traccia di umani, in solitudine» eppure «dominati da quel senso ultimativo – l’incombenza della montagna – che fu proprio di Sironi».
Un altro storico dell’arte, Grigore Arbore Popescu, raccontava «il suo amore per le vallate degli appennini e per i vecchi borghi montani» come «il riflesso della ricerca di una zona di purezza e di serenità, di un angolo sperduto dell’universo in cui l’anima possa tranquillamente riposare sintonizzandosi con le immagini serenamente addolcite dalla retina».
Ciò è senza dubbio riscontrabile nell’opera in oggetto dove l’artista ritrae un brano collinare: osserviamo una costruzione rurale isolata, composta da un’abitazione dalle caratteristiche tradizionali dei nostri appennini, con edificio rustico annesso; dietro incombe una boscosa altura dalle masse verdi e brune. Pochi e rapidi tratti variegati nelle varie possibilità dei verdi danno forma ad un maestoso albero sulla sinistra e ad un filare di vite che nascondono in parte la facciata della casa.

Nella parte superiore del dipinto compare soltanto un breve e fugace accenno al cielo declinato nei colori del bianco ceruleo e dei grigi attraverso i quali si fende un ultimo squarcio di luce rossastra per illuminare la valle.

Ad esso si contrappone nella fascia più bassa, un prato verde delimitato da spighe di grano ormai riarse al sole.

La gamma cromatica del verde che cela la tessitura muraria del fabbricato rustico, le pennellate furtive, le dense ombre sotto le quali trovare ristoro, tutto concorre a creare un’atmosfera fresca e compassata, una silenziosa quiete. È l’inizio della buona stagione che riporterà sulle montagne gli emigranti e i loro figli, riempiendole di gioia e vivacità. Almeno fino al prossimo autunno.
Ricorda Raffaele De Grada, testimone della poetica di Furlotti, come: «è il fascino della natura che prende il sopravvento sulla decorazione, è quella voglia di verde che corrisponde ad un sentimento comune, a prendergli la mano e ad accompagnarlo nei parchi degli alberi secolari, in mezzo ai prati della sua ferace campagna emiliana. È un pittore realista, non fa della storia pretesto per sue particolari divagazioni. Rinuncia a portare avanti il discorso artistico, non si fa affascinare dall’avventura degli eventi. L’avventura l’ha trovata nel grembo della natura dove riesce a scoprire sempre qualcosa che può interessarlo. […] Negli amati soggiorni in montagna […] si è sempre divertito a rappresentare, a ordinare, a ricreare gli amati motivi. Il suo amore per la natura ha qualcosa di mistico che respinge ogni censura dello stile “moderno”, un misticismo laico ma perciò tanto più forte».
Lo scorcio scelto dal pittore si trova nei pressi di Montevaccà o Montevacci, un suggestivo borgo montano che si trova sull’omonimo passo che collega l’Alta Val Taro e la Val Ceno in provincia di Parma. La zona fa parte dell’appennino tosco-emiliano che dalla bassa collina a sud della via Emilia arriva sino alle terre alte di crinale che confinano con la Liguria e la Toscana dove sorgono le cime più alte fra cui il monte Penna e il monte Orsaro.
In questo vasto spazio numerosi corsi d’acqua disegnano l’assetto del territorio aprendosi un varco con un’azione di corrosione che ha dato origine alle vallate.
Ancora viene narrata la storia di due fratelli, Ceno e Taro, nati entrambi dalle vette del monte Penna e

di come decisero di spartirsi e prendere ciascuno la sua via, giù per le valli segnate, per incontrarsi a Fornovo. Chi primo fosse giunto avrebbe dato nome al fiume, che da Fornovo,
traverso la pianura, doveva giungere al Po.
Di notte, quando la luna fosse stata imminente sul Penna, avrebbero i due fratelli dovuto lasciarsi e mettersi ciascuno per la sua strada in cammino. Mentre il Ceno dormiva tranquillo, il Taro adunato nelle vene della terra tutta la forza delle acque frementi, d’improvviso e tacito e furtivo, senza che il fratello se ne accorga, si mette a correre giù per la sua valle scoscesa.
Quando la luna brilla sul Penna il Ceno si desta e cerca invano a sé vicino il Taro fratello, che già dilungava rumoreggiando per le forre e giù dalle balze dei monti. Invano il Ceno corre, corre e con fremiti di spume balza e rimbalza giù per la valle, ché quando arriva a Fornovo, e appena l’alba rompeva a oriente, già il Taro, disteso in grandi lame lucenti per il greto, correva alla foce del Po.
Francesco Zanetti (1870-1938)

Sembra plausibile riconoscere nella montagna in lontananza il profilo del monte Pelpi, alto 1.495 mt, che sovrasta la città di Bedonia a sud e quella di Bardi a nord.

Qui, la vegetazione è composta prevalentemente da foreste di lecci, castagni, querce, noccioli, carpini e betulle, ma anche da fiori come arnica, orchidee, narcisi, genziane. La vista dalla cima offre uno straordinario panorama su entrambe le valli e sui picchi degli Appennini, mentre nei giorni limpidi è possibile scorgere il mare.
Il monte Pelpi è noto, inoltre, per le sue risorgive di acqua cristallina dalle qualità alcaline-solforose ed è oggi sede dell’azienda di estrazione e imbottigliamento di acqua minerale Lynx. Del resto, i benefici di queste acque erano già noti da secoli; un viaggiatore del XIX secolo, il capitano Antonio Boccia “raggiunse questi luoghi per curarsi di molte malattie con bagni.” Il poeta milanese Francesco Piccinelli scrisse poi nella sua descrizione del 1617 delle valli del Taro e del Ceno “bere quest’acqua, risana in tutte le condizioni la gola”.
Bedonia stessa è adagiata in una conca dominata dal monte Pelpi, il vero emblema del paese, a tal punto che i suoi abitanti emigranti all’estero venivano chiamati Pelpini.
Nei secoli questi luoghi hanno sempre ricoperto il ruolo di terre traverse tra Pianura Padana e Mar Ligure: gli antichi abitanti di queste zone furono i Celti Liguri, i quali praticavano il culto delle vette e adoravano Pen, divinità dei monti e delle foreste, da cui i termini appennino, monte Penna, monte Penice fino alla conquista romana e alla fondazione di Bitunia, l’attuale Bedonia.
Più tardi, nel medioevo, i medesimi sentieri saranno utilizzati per sorvegliare il transito e lungo i passi delle Vie del Sale sorgeranno ospedali, ostelli, osterie per offrire rifugio a viandanti e pellegrini.
La storia recente testimonia di come questi luoghi furono scenario di alcuni episodi legati alla Resistenza italiana. Sul valico è posta una lapide in memoria dell’imboscata che i partigiani tesero ai fascisti durante la seconda guerra mondiale.
Arrivano da lontano, gli stimoli che hanno spinto Furlotti a dipingere fra stradine, sentieri, borghi e villaggi degli Appennini e delle campagne parmensi.
E allora come non immaginare il pittore intento a dipingere, rievocare nella sua mente e dare vita alle parole dell’amico poeta:

Questo mese canterino
che ha un fioretto sullo stemma,
non dimentica un giardino,
non si scorda di una gemma.
Mostra i suoi color più belli
da ringhiere e da cancelli.
Cuor contento ed occhi puri,
con un filo d’erba in bocca,
va pel mondo e tutto tocca,
mette il verde anche sui muri.
S’addormenta in mezzo al prato:
è felice d’esser nato.
Sopra il monte aspetta il sole.
Tutti i doni ha nella sporta
per lasciarne ad ogni porta.
Ma per sé altro non vuole
che la piuma di un uccello
per ornarsene il cappello.

Aprile di Renzo Pezzani

Scheda realizzata in collaborazione con Artificio Società Cooperativa

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