Bruno Zoni, “Il Po”

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Project Description

Bruno Zoni
(Coltaro di Sissa, 1911 – Bannone di Traversetolo, Parma 1986)

Il Po
1954, olio su tela

Oggi, facendo un salto temporale di circa 70 anni, presentiamo una tela di un pittore che è stato sicuramente uno dei protagonisti della pittura parmense del XX secolo: Bruno Zoni.
Poeta colto della generazione di mezzo (quella degli artisti collocati tra i maestri del Novecento e lo sperimentalismo avanguardista dei giovani), è un narratore appassionato della sua Emilia, della sua ‘Bassa’. Per Giovannino Guareschi era “un mondo piccolo”, che descrive, nel 1952, con poche essenziali parole all’inizio del film “Don Camillo”: «Ecco il paese, ecco il piccolo mondo di un mondo piccolo piantato in qualche parte dell’Italia del Nord. Là in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, fra il Po e l’Appennino. Nebbia densa e gelata l’opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e qui tutto si esaspera. Qui le passioni politiche esplodono violente e la lotta è dura ma gli uomini rimangono sempre uomini e qui accadono cose che non possono accadere da nessun’altra parte».

Lo stesso piccolo mondo che guarda e interpreta anche Bruno Zoni in questa tela del 1954 e che intitola ‘semplicemente’ “Il Po”.
Bruno Zoni, secondo di tre figli di Lina e Giuseppe Zoni, nacque a Coltaro di Sissa il 26 dicembre 1911 e lì, nella silenziosa campagna, lambita dal Grande Fiume, trascorse la sua infanzia.
A Parma, città d’origine dei genitori dove la famiglia fece ritorno nel 1915, Bruno intraprese studi artistici presso il Regio Istituto d’Arte. Si diplomò nel 1931 e l’anno successivo seguì i corsi di scenografia all’Accademia di Brera a Milano. Non si fece sedurre dal richiamo della grande metropoli, in quegli anni vivace centro culturale e luogo di incontro, confronto e maturazione di giovani artisti, scegliendo di rimanere fedele alle sue origini e alla propria città. Ricavò il suo studio di pittura all’ultimo piano della casa di famiglia, al civico 13 di Borgo Felino, dove, al pian terreno, il padre svolgeva il mestiere di fornaio.
Gli anni Trenta e Quaranta sono gli anni dello studio e della formazione del giovane Bruno, durante i quali emerge già con prepotenza l’esigenza di raccontare la sua terra: il tema paesistico sarà costantemente presente nelle sue opere, dalle prime produzioni alle tele della maturità.
La sua sperimentazione, in quegli anni, era intima, personale, slegata dai palcoscenici dell’arte; ciò non significa non curante della contaminazione intellettuale in corso, piuttosto più silenziosa e defilata. Ma, come ci ha spiegato Roberto Tassi, esegeta di Bruno Zoni, la sua “solitudine, non è mai stata isolamento o limitatezza di visione”.
Non interrompe il dialogo con le grandi correnti del Novecento italiano, tutt’altro, a quelle ricerche spaziali presta grande attenzione, si avvicina agli ideali del movimento milanese di Corrente, dichiaratamente antifascista, e alle tendenze anti-novecentiste. La sua visione rimarrà tuttavia incontaminata fino ad approdare, nel pieno della maturità, alla completa libertà espressiva.
Malgrado il carattere schivo e riservato, secondo Marcheselli “un caratteraccio che gli crea poche simpatie”, prende parte a numerose manifestazioni artistiche locali, tra le quali ricordiamo la Triennale di Belle Arti di Parma (1935), la II Mostra Provinciale (1936) e la IV Mostra Prelittoriale di Parma. In questa occasione, il giornalista e futuro critico cinematografico Pietro Bianchi, lo definisce «un pittore dotato ma che un eccesso di temperamento travia verso effetti scenografici».
Nella figura del maestro all’abilità in pittura si sommano infatti, l’attitudine al disegno, del quale fu insegnante in diversi istituti scolastici cittadini, e la formazione come scenografo. Nell’autunno del 1951 partecipa alla Mostra Nazionale di scenografia verdiana, tenutasi nel Ridotto del Teatro Regio e inserita nelle iniziative promosse per commemorare il cinquantenario della morte di Giuseppe Verdi: Zoni con l’aiuto dell’amico e compagno di studi Arturo Frigeri realizza un teatrino con la scena dell’atto I dell’Otello e si aggiudica il terzo premio di 200.000 lire.
Nel secondo dopoguerra l’opera di Zoni si apre a diverse sollecitazioni: dialoga con il realismo degli anni Cinquanta, persegue l’ordine formale postcubista, avverte gli stimoli del linguaggio informale adottato da Birolli, Morlotti, che incontrava spesso in Liguria, e Mandelli.
Leit motiv del suo lungo e continuo viaggio artistico, durato più di cinquant’anni, fu l’appartenenza alla natura, l’attenzione ad essa ed il legame inscindibile, intellettuale ed emozionale con tutte le sue forme. [Il suo] «cammino stilistico non è stata verso un’astrazione dalla natura, ma proprio verso un maggiore approfondimento dei legami con la natura, un ʻesserciʼ, quasi un respirarla dal di dentro”, con una “linea di continuità nel variare dell’ispirazione» scriverà sempre Roberto Tassi.

Ma, torniamo al nostro dipinto, Il Grande Fiume… quanti artisti, scrittori, poeti, fotografi, registi ha ispirato e quanti l’hanno raccontato.
La firma dell’artista, solo il cognome in stampatello, segno di orgoglio personale e coscienza del proprio “essere autore”, campeggia nell’angolo in alto a destra della tela.

Il Po, detto il Grande Fiume poiché il più lungo e dal bacino più ampio d’Italia, ha origine nel gruppo del Monviso in Piemonte; bagna le città di Torino, Piacenza, Cremona, Ferrara e Rovigo e delimita per lunghi tratti, il confine tra la nostra regione e le regioni Lombardia e Veneto.
La Pianura Padana è interamente attraversata e alimentata dal Grande Fiume, dal quale deriva anche il suo nome, Pădus infatti era l’antico nome latino del Po.
L’attenzione dello spettatore viene immediatamente catturata da quel piccolo disco incandescente, di color arancione corallo, posizionato al centro della tela, leggermente spostato verso destra: il sole. Osservando attentamente la circonferenza della stella si notano imperfezioni, sfocature e una virgola di color arancione brillante con sottile filamento bianco nella parte inferiore. È un sole debole, probabilmente nella sua fase calante, destinato a perdersi nell’immensità di quel cielo a campiture color carta di zucchero e turchese.

Inevitabile pensare alla meraviglia del maestro Claude Monet dinnanzi a quell’aurora suggestiva al Porto marittimo di Le Havre, che imprime sulla tela intitolata “Impression, soleil levant” (1872), opera simbolo della corrente impressionista.

Il sole ottenuto con pochi, intensi e precisi colpi di colore rosso corallo, nella sua salita al cielo, crea vibranti riflessi aranciati sullo specchio d’acqua.
Lunghe pennellate orizzontali e continue, di colore bruno, più sottili e chiare passando sotto il sole, tracciano la sagoma di un ponte, che in questa tela oltre ad essere struttura di collegamento tra le due sponde del fiume, segna il limite tra il cielo e il fiume, tra aria e acqua.

Sul lato destro della tela emerge, a ridosso dello specchio d’acqua, una trama di pennellate definite, talvolta dense, talvolta lievi e povere di materia: sono bagliori e tagli di luce, tocchi nervosi di giallo brillante e una “piuma” rossa che prevalgono sul fondo scuro.

Sono forse queste le barche dei pescatori, attraccate alla riva, finalmente a riposo al termine di una lunga giornata di lavoro?
Sospesi sull’acqua, due blocchi informi di colore bruno sembrano sciogliersi in colate di bianco, giallo, rosa, marrone e verdolino. Le pennellate sono compatte, pregne di colore, nella parte più scura, tendono ad alleggerirsi e a farsi più sottili alle estremità delle forme.

Le pile, elementi verticali portanti a sostegno delle arcate del ponte, qui perdono stabilità e consistenza fino a dilatarsi, sprofondando nell’acqua di un azzurro intenso, velato solo da tenui sfumature blu e nere, del Po. La materia perde solidità e compattezza, compenetrando gradualmente la dimensione liquida.
L’opera nasce da un sentimento imperituro, ardente, stabile verso la natura che, come una madre fa con il figlio, accudisce amorevolmente il pittore. Dialoga con la sua dimensione interiore, quella più profonda, talora inquieta, che desidera esprimersi e restituire il vortice di emozioni che la muove, attraverso un nuovo linguaggio informale: i volumi si dilatano, i limiti si annullano, le suggestioni dominano, libere.

Scheda realizzata in collaborazione con Artificio Società Cooperativa

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