“Dieci statue arrabbiate”, racconto di Rosanna Figna

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Project Description

Rosanna Figna

Dieci statue arrabbiate
racconto

Carissimi tutti che ci seguite in questo viaggio attraverso ‘le storie’ che i quadri, conservati a Palazzo Bossi Bocchi, sanno raccontare… Grazie della vostra partecipazione!

Vogliamo pensare, che questo periodo che ci ha costretti, e ci costringerà in futuro, ad una distanza ‘fisica’, sia invece stata un’occasione per far conoscere meglio le nostre collezioni e conoscerci. È stato molto stimolante, per noi che ci abbiamo lavorato, ricevere le vostre mail di ringraziamento e i suggerimenti che via via ci avete inviato. Ne aspettiamo ancora!
Vogliamo proseguire quest’iniziativa anche se… speriamo di riaprire il museo al più presto.
Oggi vi presentiamo un racconto che ci ha inviato Rosanna Figna, un’appassionata di arte e, come potrete leggere, anche di lettere! “Molti anni fa”, ci ha detto, “scrissi un racconto sul monumento a Verdi e sulla vicenda delle sue statue. Ve lo inoltro, sperando che vi diverta.”
L’abbiamo letto, ci è piaciuto e ve lo proponiamo come approfondimento dell’acquerello di Aldo Raimondi e dell’album di cartoline che vi abbiamo presentato la volta scorsa.

Buona lettura!

Dieci statue arrabbiate

«Oggi, Matteo, non me la sento. Non vengo a fare la solita passeggiata: ho freddo, e sento il gelo nelle ossa. Mi fa anche male la spalla.»
«Fa niente, zio» rispose Matteo, cappellino di lana alla “Manu-chao”, giubbotto, jeans ed un guinzaglio per cani in mano.
In realtà, gli dispiaceva, perché lo zio era un gran raccontatore, di quelli che sanno incantarti anche quando ti spiegano che hanno avuto l’influenza. Sapeva condire il reale con un pizzico di fantasia, e conosceva molte cose, aveva avuto tante esperienze e numerose frequentazioni in ogni dove (alcune storie, quindi, le avevano riportate anche a lui).
Lo zio, 75 anni portati bene, era seduto su una poltrona con una giacca da camera, pantaloni di flanella e pantofole di pelle: era una persona elegante anche in casa. Sul tavolino davanti a lui, sparse ed in disordine, una moltitudine di foto in bianco e nero ed in virato seppia di varie dimensioni.
«Cos’è quest’edificio che si vede in tutte le immagini?» chiese il nipote prendendo in mano la più grande. Matteo frequentava il terzo anno d’Architettura, e certi palazzi moderni e supertecnologici lo affascinavano quasi quanto una bella ragazza.
«Questo era il monumento a Verdi, qui a Parma. Una mia battaglia persa.»
«Caspita… ma era enorme! Mastodontico, direi. Perché dici così?»
«Siediti. Se vuoi, ti racconto. Piuttosto… il cane?»
«È di là in cucina, con la Pina, si aspetterà di uscire con noi.»
«Chiamalo, che poi la Pina, quando ha finito, va via e lui fa dei danni.»
Matteo fischiò, e subito comparve un festoso Labrador, grande e grosso a dismisura.
«A terra, Carlo! Usciremo dopo.»
Il cane si appiattì al suolo, guardando in alto con gli occhi atteggiati ad espressione sconsolata.
«Dov’era?» chiese Matteo, sedendosi e prendendo di nuovo una delle foto.
«Di fronte al piazzale della stazione, dove adesso c’è l’edificio dell’ENEL, via Verdi, la ex “sede dell’INAIL”. Sarà stato lungo un centinaio di metri.»
«Però…»
«Vedi qui? » lo zio allungò un braccio verso Matteo ed indicò col dito «era un grande porticato semicircolare. Al centro c’era una specie d’arco di trionfo con sopra questa composizione marmorea: la Gloria con la quadriga leonina… la vedi? Ma soprattutto c’erano 28 statue, tante quante le opere di Giuseppe Verdi. Durante la guerra, il monumento fu appena danneggiato, ma si decise d’abbatterlo ugualmente. Non puoi sapere quanto mi diedi da fare per impedirlo… fu tutto inutile. Parecchi giri dal Sindaco li fece anche il poeta Renzo Pezzani, ma la decisione fu irremovibile, perché avevano anche il benestare delle “belle arti”, che aveva dichiarato il monumento di scarso valore artistico. Han dato tanto la colpa ai tedeschi, ma loro, almeno, erano in guerra… qui ci hanno messo 14 mesi per spaccare e radere al suolo tutto. Chi distrugge passa dalla ingiustificata parte del distruttore. A pensarci ancora mi dispiaccio…»
«Beh, zio, può far parte anche del ciclo di rinnovo delle cose. Non si potrà forse conservare tutto…»
«Ma se fosse stata una ‘ricostruzione’» e fece un gesto rotatorio con la mano «come mi hai spiegato succede adesso a Times Square, a New York, con i grattacieli fatti a lattina, con gli schermi semicircolari, le sale dei ristoranti ricoperte di petali di vetro… insomma, riedificare per migliorare, per abbellire. Ma qui si è trattato di mera speculazione edilizia: brutti palazzi, e nemmeno un filo di prato al posto di una piazza enorme, con aiuole e piante. La strada, la strada che prima non c’era, bruttina ed insignificante, solo lei ad onorare il grande Verdi, è un’ingratitudine. Questa città, forse, non merita d’avere generato un genio. Va bene che lui si celebra da solo, che la sua musica rimarrà immortale, e sicuramente adesso, in qualche parte del mondo, staranno suonando una sua opera… che ne so, magari a Seul ci sono i macchinisti che stanno montando la Traviata. L’arte si magnifica da sé.»

«Come sei astioso… non ti avevo mai sentito parlare così!»
«Ci dovevi essere quando, con dei fili d’acciaio, hanno legato l’auriga leonina e poi, con dei cingolati si sono messi a tirare finché tutto il complesso, con uno schianto come il fragore d’una bomba, non è precipitato a terra. Non era nemmeno tanto sbriciolato. Ci sono voluti sei giorni di una squadra di picconatori per frantumarla tutta… io andavo là in bicicletta e mi venivano le “lusse agli occhi”, a guardarli. Mazze ferrate e la palla d’acciaio attaccata alla gru hanno lavorato indefessamente per più d’un anno. Camion di detriti di marmo bianco (sì, perché era tutto ricoperto di pietra bianca) sono stati portati nel Parma. C’era una fila continua di carri coi cavalli e mezzi meccanici che portavano via i frammenti. Almeno l’opera dello scultore Ximenes potevano conservarla. Invece, forse, se si scava nel greto del torrente, si possono trovare ancora delle teste o qualche pezzo dell’auriga, o qualche arto delle statue raffiguranti le opere… insomma, hanno distrutto tutto. È rimasto soltanto il bassorilievo con le fusioni in bronzo, perché quello non sono riusciti a demolirlo. È sempre dello stesso autore: adesso si trova in Piazzale della Pace. Tutto ciò è successo quando sia l’architetto, sia lo scultore, erano ancora in vita. Pensa che dispiacere, vedere smembrata così la tua creatura…»

«Ma zio, questo monumento era così bello?»
«La bellezza sta negli occhi di chi guarda. Era senz’altro molto meglio di quello che hanno costruito lì dopo. E poi era proprio ‘monumentale’, la testimonianza, comunque, del gusto e del pensiero di un’epoca. Il bello è bello quando eleva la mente: questa era una cosa di grande ‘impatto’, una marcia trionfale, qualcosa che ti faceva sentire spettatore; forte e di ‘effetto’ come la musica verdiana. Leggi qui come lo ha difeso il grande Federico Zeri. Ma anche il suo intervento è stato inutile. Pensa, a me è servito anche da insegnamento: se ci correvi dentro, come facevamo noi da ragazzini, imparavi subito il nome e la successione delle opere. Il mio primo appuntamento ad una ragazza l’ho dato sotto il Nabucco perché in quel luogo aperto ed illuminato non poteva succedere niente di male… sai, allora erano davvero altri tempi» lo guardò e sorrise.
«E qui si poteva salire?» Matteo non aveva mai tolto gli occhi di dosso alla foto. Si era immaginato le grandi esedre ed il maestoso porticato, vi aveva mentalmente passeggiato dentro, in un giorno di sole e in uno di nebbia.
«Si poteva, ma le porte erano quasi sempre chiuse. Si arrivava su delle terrazze a lato dell’arco centrale. Queste sono le foto delle sculture: a me piacevano soprattutto queste. Saranno state alte quattro metri, compreso il piedistallo. “Veh”, questo è il Rigoletto.

Guarda che espressione: con la faccia appoggiata al pugno chiuso sembra vivo… questa è la Celeste Aida, con le mani si copre le tette: bella, eh?

E che silhouette, mica come le cantanti che l’hanno sempre impersonata… questa statua le rende più onore. Qui c’è Falstaff

«E questo incappucciato, zio, chi è?»
«È la Messa da Requiem..

È stata l’ultima a venire giù, proprio come se avesse voluto rimanere per celebrare le esequie di tutte le altre… non riuscivano a demolire il pezzo di parete che le stava dietro, e poi sembrava che il piccone non riuscisse a scalfirla. I muratori, alla fine, ne avevano quasi un po’ paura. Vedi? È un frate col cappuccio e senza volto… ti voglio rivelare un segreto, ma mi devi promettere il silenzio assoluto.»
«Giuro e prometto: parola di ometto» detto da lui, che era molto alto e largo di spalle, suonava grottesco. L’altro lo guardò e sorrise.
«Ad un certo punto della demolizione, prima della metà diciamo, comparve un articolo sulla Gazzetta di Parma che diceva che, chi voleva, poteva prendere le statue, o ciò che preferiva, dal monumento. Sarebbe stata una fatica in meno per gli operai. Pensai che potevo salvare almeno qualche opera. Quel pensiero divenne un mio chiodo fisso per alcuni giorni, finché non mi venne in mente chi poteva aiutarmi. Telefonai al Dr. T. di Roccabianca: possedeva un cinema smesso, e poteva conservarle lì. Una platea di sedie in velluto rosso: quella era la collocazione che meritavano le statue.
Il Dottore si dichiarò favorevole, ma non sapeva come trasportarle. Poi, contattò Barilla, col quale era in buoni rapporti, e si fece prestare i mezzi. Il lavoro fu fatto di domenica, per non ostacolare il normale lavoro della ditta. Ne salvammo dieci, senza piedistallo. Non so come, non so perché, ma si creò la diceria che quei simulacri portassero sfortuna. Può darsi che sia stato il Dottore stesso, per proteggerle… ad ogni modo, loro avevano subito grandi ingiurie, ed avevano visto crollare a colpi di rabbiose mazzate tutte le loro compagne. Per forza dovevano essere risentite. Il loro nuovo proprietario, come tutti i collezionisti, si affezionò a quelle opere, che non aveva cercato, ma che erano venute da lui spontaneamente e senza fargli spendere denaro. Si recava spesso nell’edificio dove c’era l’ex cinema, per parlare con loro, diceva. Le doveva ‘placare’, doveva spiegare che non tutti erano dei distruttori, e che loro dovevano essere conservate perché era tutto ciò che restava di un edificio di migliaia di metri quadrati.»
«Ma zio, siete una combriccola di “suonati”!»
«Una volta, la cognata del Dottore, che la pensava più o meno come te, volle sfidare la sorte ed entrò di nascosto a vedere le statue. Disse che le facevano uno strano effetto, che parevano quasi vive… era incinta di sei mesi, e il giorno dopo abortì. Da quel momento, le sculture divennero argomento tabù per tutta la famiglia: nessuno ne volle più parlare. Il Dottore morì circa quattro anni fa, e fece inserire nel testamento una clausola per la loro conservazione. Nel frattempo, il cinema fu venduto, e ora giacciono polverose e dimenticate in un magazzino, sovrastate da alti mobili e cianfrusaglie, e sempre in compagnia di file e file di sedie da teatro accatastate. Evidentemente, le mute opere esigono un’invisibile, simbolica e muta platea. Io sono andato a rivedermele l’anno scorso.»
«Eh? Sai dove sono? Mi ci porti? Se mi ci accompagni t’insegno a navigare in Internet come si deve.»
«Quel che cerco io, su Internet non c’è, ma ci andremo comunque, per il resto… sì, potrà farmi bene imparare una cosa nuova. Dunque, vediamo… ammettendo che gli eredi del Dottore siano disponibili, va bene venerdì pomeriggio?»
«Super, zio! Perfetto! Sappimi poi dire l’ora, che io ci sarò. Carlo! Si va!»
«Com’è mogio! Oggi è stato particolarmente tranquillo.»
«Ieri le ha buscate, perché ha voluto giocare troppo violentemente con Nando, il piccione mascotte di noi che facciamo qualche “vasca” in Via Cavour. Lo conoscono tutti perché è bianchissimo con solo la coda spruzzata di nero. Ti viene a mangiare sui piedi, e persino sui palmi delle mani. Lui l’ha preso in bocca, e… beh, non è successo niente di grave, per fortuna! Ciao, zio! A presto!»
Il giorno stabilito, Matteo arrivò puntuale, e i due si avviarono lungo le strade della “Bassa parmigiana”, in un pomeriggio stranamente soleggiato e limpido.
«Senti, nipote: è proprio necessario che tu ti porti dietro questo cane delle dimensioni di un vitello, che mi alita nel “coppino” senza tregua?»
«Ma dài, che in realtà Carlo ti è simpatico… ho approfittato della bella giornata, no? Si va in campagna: magari c’è un bel prato per farlo correre. Hai visto come fa i riporti di qualsiasi cosa gli lanci?»
«Beh, allora, Carlo… riportami i miei anni che mi sono lanciato indietro!» disse il vecchio, voltandosi verso il cane e sorridendo «Ma dimmi» proseguì «non hai almeno un po’ di paura di quelle statue… arrabbiate?»
«Ci vuole molta classe per chiedere scusa» il ragazzo, lasciando un attimo la mano dal volante, fece teatralmente il gesto di mettersela sul petto «ed io, mentalmente, lo farò a nome della città. A quest’ora, poi, potrebbero aver perdonato: anche il perdono è “da esseri grandi”. Sai, bisognerebbe fare come Rambo quando va a riprendere i suoi compagni prigionieri e dice: “Avete sofferto anche troppo, ragazzi: vi riporto a casa!”» e mimò la frase con espressione truce «davvero, si potrebbero restaurare e riportare in città… una testimonianza della caducità delle cose…»
«Piuttosto, della volubilità umana… anche i Faraoni distruggevano il cartiglio dei predecessori, ma non tutta l’opera. Ogni popolo dovrebbe vivere un po’ delle forme che ha creato. Mi fai ascoltare un po’ di musica? Ce l’hai ancora la cassetta di Madonna?»
«Sì, è qua. Perché ti piace?»
«È come le donne dei mie tempi: è una diva, sa costruire il suo fascino, una donna non bella che fa credere d’esserlo al mondo intero ha molta forza, molto sex appeal sai cosa si diceva una volta? Che le donne belle sono per gli uomini senza immaginazione… ecco, gira qui a destra. Siamo quasi arrivati.»
I due scesero dall’auto nel grande cortile di fronte ad un capannone. Da un’altra macchina scese il custode con un mazzo di chiavi in mano.
«Salve, ingegnere: come va?»
«Mica male, Enore… e lei? Ho portato mio nipote. Si chiama Matteo. Grazie per essere venuto.»
«Di niente… le apro, poi vado a fare una commissione. Ritorno fra venti minuti. Le sue amiche sono in fondo, sulla sinistra. Che bel cane!» così dicendo, accarezzò il Labrador, poi se ne andò.
La luce filtrava a fasci dalle finestre del magazzino. Le statue erano la cosa più alta che c’era là dentro. I due si avviarono attraverso un corridoio formato da mobili accatastati. Arrivarono sotto quei colossi umiliati ed impolverati. La luce che spioveva dall’alto li rendeva ancor più spettrali. Per un po’ rimasero in silenzio, poi lo zio iniziò ad illustrarle al nipote.
«Ecco, vedi? Questo signore barbuto col cappello di piume e la spada al fianco è Ernani.

Questa bellissima sorridente così piegata di lato che sembra viva, è Alzira.

Guarda com’è notevole il bouquet di fiori che porta… Questa qui acconciata con una sciarpa a nastro che le cade sulle spalle, la mano aperta verso il basso, è Lady Macbeth.

«Sono fatte bene, perbacco! E questo guerriero crociato che opera è?»

«La Battaglia di Legnano, uno spettacolo che ebbe successo perché c’era un coro che ripeteva Viva l’Italia. A pensarci adesso, sembra quasi ridicolo, no? Questa è la bella Eleonora, il personaggio della prima opera del Maestro, Oberto Conte di San Bonifacio.

Questo nobile veneziano settecentesco è per I Masnadieri.

Qui c’è Don Carlo, con gorgiera e calzamaglia.

L’Inno di Guerra è giustamente rappresentato da un garibaldino, e questa bellezza esotica dalle forme sinuose è Aida. Queste statue rappresentavano l’anima ‘canora’ della nostra città. Adesso che ci sono le commemorazioni verdiane, adesso che hanno “perdonato”, avrebbero bisogno di uno sponsor che le restaurasse e le riportasse in città…»
«Ma zio, sono nove. Tu avevi detto che erano dieci…»
«È vero. Ti voglio svelare un altro segreto» disse il vecchio sorridendo « il Nabucco ce l’ho io. È nella rimessa in campagna. Sai… il primo amore non si scorda mai.»

Un grazie sentito al pittore Proferio Grossi, autore del libro Il monumento ritrovato, per avermi raccontato la sua esperienza, ed al Comune di Roccabianca per avermi fatto visionare le statue.

Scritto nell’ottobre 2000.

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