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SUMMARY:Daniele de Strobel
DESCRIPTION:Daniele de Strobel (Parma\, 1873 – Camogli\, 1942) oggi è un artista che viene ricordato soprattutto per le luminose atmosfere della Sala a lui dedicata alla Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza\, già Sala del Consiglio della Camera di Commercio\, dipinta\, con l’aiuto di Giuseppe Carmignani quadraturista\, nel 1925. Eppure fu non solo artista poliedrico\, ma tra i protagonisti della sua epoca. \nÈ per farlo meglio conoscere che la Fondazione Cariparma\, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Parma\, in occasione con la VII Settimana della Cultura 2005\, ha organizzato un mostra dell’artista in Palazzo Bossi Bocchi\, con alcune opere inedite\, altre da decenni non visibili\, oltre che con quelle conservate nelle Collezioni della Fondazione e all’Accademia di Belle Arti. \nÈ anche la giusta occasione per valorizzare la donazione\, composta da materiale documentale e fotografico sulla vita dell’artista\, fatta alla Fondazione nel 1995 dal nipote del pittore Victor von Strobel. \nUn catalogo con lettura critica e artistica di Marzio Dall’Acqua\, Presidente dell’Accademia di Parma\, e di Romano Rosati\, che affronta il tema inedito di de Strobel e la fotografia\, documenta la mostra e le opere esposte. \nCentrale l’ultimo acquisto della Fondazione Cariparma una grande tela del 1905 intitolata Rogo d’eroi\, che fu premiata nell’anno successivo con il premio della Pace in una esposizione internazionale a Milano. È una aspra denuncia della crudeltà della guerra russo giapponese del 1904-1905\, ispirata da una incisione nipponica dedicata alla guerra cino giapponese di sei anni prima\, in un clima di acceso pacifismo che condivideva con il padre Pellegrino\, paleontologo noto a livello internazionale\, e la madre. \nDalle iniziali opere di carattere sociale e sentimentale\, tra cui La piccola mendicante del comune di Soragna e la Scena campestre dell’Accademia di Belle Arti di Parma\, de Strobel\, che illustrò la “Storia di Parma” di Bazzi e Benassi\, edita da Battei nel 1908\, fece una serie di opere di carattere letterario e storico\, tra cui La faida di Comune\, premiato nel 1906\, che viene presentata\, data la grande ampiezza che la rende intrasportabile (sei metri per tre)\, per la prima volta in una riproduzione integrale a colori. \nDa una pittura teatrale ad una realistica\, con una forte adesione\, dal 1910\, al divisionismo di Gaetano Previati e Plinio Nomellini. Con la boccaccesca Novella di Nastagio degli Onesti\, due enormi pannelli\, da molto non visti\, inizia una fase nella quale la pittura ad olio magro\, finge affresco o arazzo con luminosità e chiarità distese\, con un nuovo realismo. \nStraordinari i quadri dedicati agli animali e specialmente ai cavalli. Dagli anni trenta alla morte ebbe l’onore di dipingere il vincitore del Gran Premio Ippico di San Siro di Milano. \nIn mostra è stata esposta anche l’ultima opera I quattro cavalieri dell’Apocalisse (1942)\, con un inedito bozzetto\, in cui ritorna l’orrore della guerra dopo il trauma provato assistendo ai bombardamenti navali di Genova.\nDisegni\, fotografie d’epoca\, documenti hanno completato la mostra.
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SUMMARY:Gianfranco Manara alla Fondazione Cariparma
DESCRIPTION:A dieci anni dalla scomparsa\, la Fondazione Cassa di Risparmio di Parma\, nella sua sede espositiva di Palazzo Bossi Bocchi\, propone un omaggio a Gianfranco Manara (1924 – 1993). L’occasione è offerta dalla donazione da parte della vedova dell’artista alla Fondazione di ben 25 opere che arricchiranno le importanti collezioni permanenti esposte in Palazzo Bossi Bocchi e di cui una decina comporrà il nucleo fondamentale della mostra. \nL’esposizione\, accompagnata da un catalogo dove l’artista è ricordato da Stefano Fugazza e da altri studiosi del Maestro tra cui Raffaele De Grada\, Gianni Cavazzini e Rossana Boscaglia\, è composta da una quarantina di opere tra le quali figurano anche quelle donate alla Fondazione Cariplo e altre provenienti da collezioni private. \nManara\, nato “sulla riva del Po”\, a Casalmaggiore\, nel 1924\, ha compiuto la sua formazione iniziale a Parma presso l’Istituto d’Arte Paolo Toschi\, seguendo le orme dell’amato maestro Renato Vernizzi. A Milano ha svolto il suo appassionato magistero di insegnante alla Scuola degli Artefici dell’Accademia di Brera e ha praticato la pittura e la grafica con mirabile e appartata dedizione. Pittore padano\, ha riservato al paesaggio della sua terra una costante affettuosa investigazione\, come con uguale trasporto si è dedicato ai ritratti del ristretto ambito familiare\, al silenzioso mondo degli oggetti naturali e domestici e al pungente esercizio dell’acquaforte. \nRossana Bossaglia descrive la sua pittura come “comunicativa\, piena di brillante seduzione” invitando però a non fermarsi ad un approccio superficiale perché dietro quella coinvolgente gradevolezza vi sono una profonda elaborazione ed una assoluta finezza e la sintesi\, del tutto personale\, di stimoli\, suggestioni\, influssi che sembrano affondare le radici meno prossime in certa pittura ottocentesca così come nel Realismo Magico d’inizio Novecento o nel chiarismo.\nAll’incanto segreto e sognante della pianura intorno al grande fiume\, alla dolcezza dei paesaggi sembrano fare da contrappunto i ritratti\, forti\, a tratti duri\, e le incisioni che – scrive De Grada “rappresentano l’aspetto tragico\, incombente della vita contemporanea”. \n“Certi suoi volti – secondo Rossana Bossaglia – in primo piano\, compresi gli autoritratti\, hanno una sorta di scultorea durezza e fermezza. Ma nello stesso tempo Manara è capace di rendere il formicolio anonimo della folla\, quasi in una ripresa tardo impressionista\, o meglio ancora\, con un tratteggiare espressionista; una folla minutissima che ci dà il senso di un’animazione senza volto\, o si fa interprete di eventi collettivi”. \nIn Manara sono evidenti la gioia creativa\, l’energia\, il godimento del colore. Ma “dietro quelle immagini si legge sovente una profonda\, disincantata malinconia\, persino ai limiti della spietatezza amara”. Manara\, conclude Bossaglia\, è “un artista che va guardato non solo con diletto ma con emozionata e riflessiva attenzione”.
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SUMMARY:Il Divino Infante
DESCRIPTION:Sculture del Bambino Gesù dalla Collezione Hiky MayrLa celebre collezione di “Divini Infanti” di Hiky Mayr giunge a Parma\, nelle sale di Palazzo Bocchi Bocchi\, per iniziativa della Fondazione Cariparma che ha sede nello storico Palazzo.\nRispetto alle precedenti tappe\, la mostra pone maggior accento su una sequenza particolare della Collezione Mayr\, ovvero sulle Marie Bambine\, sorta di versione femminile di Divino Infante.\nSicuramente minoritarie per numero\, le effigi della Madre di Dio\, bambina\, sono “oggetti” di preziosità spesso maggiore\, per sontuosità degli abiti\, per qualità di realizzazione. Commissionate da conventi e monasteri femminili\, da famiglie nobiliari che intendevano fornire alle loro figlie una modello di vita\, le Marie Bambine sono state realizzate – come del resto i Divini Infanti – da abilissimi artigiani se non direttamente all’interno delle mura claustrali. I secoli di maggior “fortuna” di queste raffinate produzione devozionale furono il Seicento e Settecento\, quando il “genere” trovò ampio interesse non solo nell’Europa continentale ma anche in territori lontani\, dalle Filippine al Brasile. \nCosì come i Divini Infanti\, le Marie Bambine erano realizzate in legno intagliato e dipinto\, in cera\, terracotta o cartapesta\, materiali spesso accostati con grande disinvoltura. Per i vestiti si ricorreva spesso ad un “riciclo” di paramenti sacri o vesti dimesse o offerte dalle devote. Nel caso specifico delle Marie Bambine\, la tipologia principale\, che si riferiva ad un preciso prototipo conservato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli\, prevede l’utilizzo della cera. Negli esemplari in mostra\, provenienti dall’Italia del Sud\, si è fatto ricorso anche a materiali diversi: terracotta\, cartapesta\, legno.\nLa collezione Hiky Mayr – considerata la più importante al mondo – è stata “scoperta” alcuni anni fa da Franco Maria Ricci che le ha dedicato un prezioso volume e che si è reso promotore prima della mostra milanese al Museo Diocesano ed ora di questa rinnovata edizione parmense. \nLa realizzazione di sacre effigi del Bambino risalgono alla rappresentazione dei “drammi liturgici” medioevali\, diffusi tra il Mille ed i secoli immediatamente successivi. In questi “drammi”\, le principali figure sacre\, e tra esse il Bambino\, erano “interpretate” da effigi lignee. Nei secoli successivi\, con l’instaurarsi di uno specifico culto nei confronti del Divino Infante e di Maria Bambina\, si diffusero sculture rappresentati i due sacri soggetti. Erano – come la mostra evidenzia – opere di formato anche piuttosto imponente (sino ad 80 – 90 cm di altezza)\, oggetto di un culto collettivo\, affiancate ad altre\, di misura più contenuta\, destinate ad un culto più domestico.\nStoricamente è tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento che si assiste alla riscoperta dei valori positivi legati all’infanzia ed è in quest’epoca che le statue di Gesù Bambino e di Maria Bambina divengono oggetto di pratica devozionale molto intensa. La loro produzione giunse all’apice nel Settecento\, con realizzazioni dalla forte impostazione realistica\, di straordinaria qualità scultorea\, di assoluta accuratezza del dettaglio. Discorso a parte meritano gli abiti: interi corredi\, per i diversi momenti dell’anno liturgico\, accompagnavano alcune delle più belle effigi.\nPoi una rapida decadenza ed una produzione che si avvicina più all’artigianato che all’arte.
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SUMMARY:E. A. Petitot nel bicentenario della morte
DESCRIPTION:La mostra\, aperta dal 28 aprile al 30 giugno 2002\, propone la visione di 69 disegni originali dell’architetto Ennemond Alexandre Petitot (Lione 1727- Parma 1801)\, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma.\nParte di essi furono esposti nell’importante rassegna del 1997 Petitot un artista del Settecento europeo a Parma\, tenutasi nella sede della Fondazione e accompagnata da un catalogo esemplare\, con il contributo di illustri studiosi e l’eccezionale allestimento di Pier Luigi Pizzi. Ora verranno esposti\, fra gli altri\, un discreto numero di inediti recentemente acquisiti dalla Fondazione. La mostra vuol rendere un omaggio doveroso al bicentenario della morte dell’architetto e concludere la ricerca filologica iniziata nel 1989 che ora sfocia nel volume dedicato da Giuseppe Cirillo a Petitot\, con ben trecento pagine di testo recanti cinquantotto illustrazioni\, e di duecentotrenta figure fuori testo. L’opera\, frutto di capillari ricerche d’archivio\, spoglio delle fonti manoscritte e a stampa\, si propone come una fonte per la storia dell’arte e della cultura parmense che va dalla chiamata a Parma di Petitot (1753) come architetto della corte ducale alla morte (1801).\nLa Fondazione della Cassa di Risparmio di Parma che ha promosso la mostra e la pubblicazione del volume\, finanziato i lavori di restauro del Giardino Ducale di Parma \, iniziato da Contant d’Ivry e portato a compimento dal Petitot\, chiude le celebrazioni petitoniane nella certezza di aver contribuito all’arricchimento culturale della città e restituito ai parmigiani l’affascinante\, rinato Giardino Ducale.\nNell’esposizione si evidenziano tre gruppi di disegni: quelli dedicati ai giardini di Parma e Colorno\, con le grandi planimetrie colorate e particolari per cancellate e padiglioni; il gruppo di spaccati e piante per un teatro pubblico e i progetti per ville di campagna sorprendentemente moderni\, frutto di una maturazione e di partecipazione ai nuovi tempi stilistici e politici che l’architetto farà propri in vecchiaia. \nEnnemond Alexandre Petitot\n( Lione 1727-Parma 1801) \nNato a Lione nel 1727\, nel 1741 entra nello studio di Jacques Soufflot\, suo primo maestro\, quindi va a Parigi all’Académie d’Architecture. Trasferitosi a Roma\, nel 1746 ottiene il brevetto di Allievo Architetto dell’Accademia di Francia che aveva sede nella città. Nel 1753 è primo architetto della corte borbonica a Parma. La città vive un periodo felice legato all’attività riformista e illuminista del primo ministro Du Tillot al quale si assocerà spesso il nome di Petitot\, divenuto l’artefice dei numerosi progetti da lui commissionati.\nI suoi interventi incominciano nel 1753 a Colorno con la Veneria\, palazzina di caccia voluta da Filippo\, e con i due appartamenti verso il giardino nel Palazzo Ducale\, dove crea la Sala Grande (1755) e ricostruisce lo scalone verso il giardino (1757). Dal 1754 lavora al Giardino Ducale di Parma disegnando alcuni vasi che Bouodard in seguito scolpisce. Lo stile adottato dal Petitot è concettualmente pensato tra il razionale e il precoce neoclassico\, secondo un programma moderatamente riformista in cui l’artista si rinnova nel profondo senza cesure con la storia. La realizzazione del tempietto di Arcadia (1769)\, ultimo suo intervento per il giardino\, in onore di Ferdinando e Maria Amalia\, nuova coppia regnante\, mostra un disegno originale e inedito: l’edificio in stile dorico circolare si identifica con l’architettura ruinistica del piccolo santuario della Sibilla di Tivoli. Nel 1767\, in vista delle fastose nozze\, aveva realizzato il progetto di rinnovo per il palazzo del Giardino. La facciata mantiene molti degli elementi preesistenti\, quali le finestre del piano terra e le lesene\, ma vengono aggiunti un orologio\, dei festoni vegetali ai lati delle finestre del piano nobile e due camini. Sempre all’interno crea il grande scalone d’onore a quadruplice rampa; progetta inoltre un viale extraurbano che si dipartiva dalla piazza semicircolare posteriore e giungeva fino a Colorno.\nNel 1760 lavora in intesa con il Boudard alla “Loge” ducale nel Teatro di Corte edificato dal Lolli.\nNel 1759 Du Tillot decide di trasformare lo Stradone Farnesiano Stradone Borbone\, sul modello dei boulevard di progettazione parigina\, con la funzione di recuperare le vie afferenti\, favorendo così la ripresa economica e sociale di una parte trascurata della città. Ai poli dello Stradone avrebbero dovuto trovarsi la Colonna Borbone progettata dal Petitot nel 1763 e spezzatasi durante il tragitto\, e il Casino del Caffè\, concepito come ritrovo mondano con funzione panoramica.\nFra il 1761 e il 1762 Petitot porta a termine i lavori per la facciata della chiesa di San Pietro\, il cui rifacimento si inseriva in un più ampio progetto di riscrittura della Piazza Grande per adeguarla ai nuovi criteri di abbellimento urbano.\nLa ripresa di una simbologia classica rientra in un preciso progetto del Du Tillot al fine di sottolineare l’origine romana di Parma\, e proprio in quest’ottica sembra nascere il progetto dell’Ara Amicitiae\, commissionato al Petitot per celebrare i rapporti con la casa d’Asburgo. Il cippo doveva riprendere il valore simbolico delle colonne militari dell’età tardoantica erette sulle vie percorse dagli antichi romani \, in onore dei quali riportavano scritte dedicatorie.\nNel 1769 è chiamato ufficialmente a partecipare ai lavori della Congregazione degli edili e a collabora con Bodoni e Benigno Bossi alla stampa della famosa edizione della Descrizione delle Feste per le nozze del Duca.\nNel 1766 aveva eseguito il disegno delle librerie da collocarsi nella Biblioteca Palatina\, realizzate poi dal Drugman.\nLungo sarebbe ancora l’elenco di opere che Petitot realizza o solo progetta\, ma sembra indispensabile ricordare la raccolta di una serie d’incisioni pubblicate verso il 1759\, che riunisce i progetti e le opere da lui eseguite databili intorno al 1756-57 e che serviranno anche alla successiva Raccolta di rami incisi in varie occasioni dalla Regia-Ducal Corte di Parma\, edita nel 1770. Di grande originalità inventiva sono inoltre le due raccolte incise Mascarade à la greque e Suite de vases.\nNel 1771 il primo ministro Du Tillot è destituito dalla carica e costretto a lasciare il Ducato\, il Petitot in parte\, in parte esautorato negli incarichi di corte\, continua l’insegnamento all’Accademia e a offrire varie consulenze private.\nAlla fine del secolo redige progetti simbolici di chiara adesione rivoluzionaria.\nMuore nel 1801 nella sua amata casa di campagna a Marore\, dove ancora si conserva il delizioso teatrino da lui costruito per gli spettacoli a cui partecipava come attore e musico.
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SUMMARY:Julien de Parme
DESCRIPTION:Aurora rapisce Cefalo Olio su tela\, Madrid Museo Nacional del Prado \nL’opera di Julien de Parme (1736-1799) ha richiamato l’attenzione di due enti\, la Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst di Rancate (Ticino\, Svizzera) e la Fondazione Cassa di Risparmio di Parma. Dalla collaborazione è nata questa mostra che è dislocata su due sedi. A Rancate dal 19 settembre al 28 di novembre e a Parma\, presso la Fondazione Magnani Rocca dal 12 febbraio al 30 aprile 2000. La mostra curata da Pierre Rosenberg dell’Académie Française e Presidente Direttore del Museo del Louvre si è prefissata di riunire l’intera produzione di dipinti e disegni del pittore finora conosciuti. Le opere – una ventina di dipinti e una cinquantina di disegni – provengono dai principali musei francesi\, dal Prado di Madrid\, dall’Albertina di Vienna\, dal Museo Nazionale di Stoccolma\, dalla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze e da numerose collezioni private. \nJulien de Parme\, artista nato a Cavigliano\, nella Svizzera italiana\, è stato in passato confuso con alcuni suoi contemporanei\, lo scultore Pierre Julien (1731 – 1804) e il pittore Simon Julien de Toulon (1735 – 1800). Per questo la sua storia e la sua opera sono tutto da riscoprire. La sua formazione\, che fu soprattutto locale\, si amplia durante un soggiorno a Roma di dodici anni e si completa in Francia. \nPoco considerato dal mondo artistico ufficiale\, come l’Accademia di Francia a Roma e l’Accademia Reale di pittura e scultura\, ebbe tra i maggiori sostenitori il potente ministro del ducato borbonico di Parma\, Guillaume Du Tillot\, ma anche artisti come il pittore belga André Corneille Lens o il grande scultore e incisore svedese Johan Tobias Sergel. La sua carriera non fu\, per riconoscimento e fama\, delle più brillanti\, ma Julien de Parme non desistette mai\, pur soffrendo dei numerosi insuccessi\, come si legge nella corrispondenza che ebbe con Lens e nella sua movimentata autobiografia. \nAmbiziose per i soggetti\, che sono quelli che i grandi maestri neoclassici affronteranno a loro volta\, le opere di Julie de Parme disorientano e sorprendono. Deliberatamente l’artista rifiuta la pittura francese alla Bouche\, allora di moda\, e guarda all’antico e a Raffaello\, convinto di riuscire a rinnovare\, attraverso illustri discendenze\, la pittura.\nIl catalogo\, pubblicato da Skira\, si pone come prima vera monografia dell’artista e cerca di collocare la produzione di Julien de Parme nell’ambito delle coeva pittura europea e di evidenziare quelle novità compositive e formali che la inseriscono tra le ricerche più audaci del suo tempo\, anticipando\, con la sua arte\, tematiche che avrebbero poi fatto la fortuna di David. Risultano utili in questa logica anche gli scritti dell’artista. \nUn capitolo particolare è inoltre dedicato a Simon Julien e a Pierre Julien\, tante volte confusi con Julien de Parme\, che nonstante il “nome d’arte” francese con cui ci è noto\, affonda le sue radici nella cultura italiana. Vi è inoltre incluso\, in copia anastatica\, il catalogo il catalogo delle opere appartenute a Julien de Parme (capolavori\, fra gli altri\, di Raffaello\, Leonardo\, Parmigianino)\, pubblicato nel 1794 in occasione della vendita all’asta ed esistente in copia unica presso la Biblioteca di Ginevra: un documento eccezionale che fa luce insieme sulla cultura dell’artista e sull’arte classica\, per cui potrà essere incentivo a ulteriori studi che vanno oltre la personalità del nostro pittore. \nAvvincente è la biografia di Julien de Parme\, al secolo Bartolomeo Ottolini\, nato a Cavigliano (Ticino\, Distretto di Locarno) nel 1736. Cresciuto con la madre\, si trasferisce presto\, a Craveggia in Val Vigezzo (Novara)\, dove apprende i rudimenti dell’arte nello studio del pittore Giuseppe Maria Borgnis (1701 – 1761). Nel 1747 Julien lascia definitivamente Craggia e si reca in Francia\, dapprima a Bourges poi a Diors\, presso Châteauroux\, dove lavora come ritrattista\, e successivamente a Parigi\, dove entra in contatto con i pittori Carle Van Loo (1705 – 1764). Dopo un breve e infruttuoso soggiorno nela capitale francese intraprende un viaggio verso il Sud e poi in Italia visitando Genova\, Livorno\, Pisa e Firenze. \nNel 1760 giunge a Roma\, dove decide di stabilirsi per dedicarsi soprattutto allo studio dell’arte antica e dei maestri italiani. Qui entra in contatto con Guillaume Du Tillot (1711 – 1775)\, potente primo ministro della corte borbonica di Parma che gli consente di approfondire la sua formazione. Da questo momento si dedica alla pittura di genere storico\, dipingendo quasi esclusivamente soggetti tratti dalla storia e dalla mitologia greca e romana. \nTesta di bambino matita e lumeggiature bianche. Chartes\, Musèe des Beaux-Arts \nNel 1773\, in seguito alla caduta del Du Tillot\, segue quest’ultimo a Parigi\, dove un sostenitore incondizionato nel duca Louis de Nivernais (1716 – 1798)\, amatore d’arte e uomo di lettere. Nonostante la sua protezione è dapprima osteggiato dallAccademia di San Luca\, che per impedirgli di dipingere giunge fino a sttrargli gli strumenti di lavoro\, e scultura\, che gli sbarra le porte. I suoi principi estetici\, la sua ammirazione per Raffaello e per l’antichità classica\, che anticipa di parecchi anni quella di David (1867) e dei maestri neoclassici\, sono inconciliabili con la “maniera francese” allora in voga. \nNegli ultimi anni\, pur annoverando tra i suoi amici ed estimatori lo scultore di corte Augustin Poajou (1730 – 1809) e il grande scultore svedese Johan Tobias Sergel (1740 -1814)\, Julien de Parme conduce una vita estremamente travagliata e isolata\, versando in grandi difficoltà materiali\, tanto che verso la fine della Rivoluzione è costretto a implorare l’assistenza dell’amministrazione delle Belle Arti e a vendere la sua collezione di maestri italiani. Julien de Parme muore a Parigi il 10 termidoro dell’anno 7 (28 luglio 1799) in Contrada Nuova Sainte Geneviève.
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SUMMARY:Bruno Zoni
DESCRIPTION:La retrospettiva\, curata da Luciano Caramel\, propone l’attività matura – a partire dalla metà degli anni Cinquanta – del pittore (Parma\, 1911 – 1986)\, al quale la Fondazione della Cassa di Risparmio di Parma ha già dedicato nel 1995\, sempre a cura di Luciano Caramel\, un’antologia del lavoro tra il 1930 e il 1954. \nQuella rassegna\, dopo aver documentato il poco noto percorso di Zoni lungo gli anni Trenta e Quaranta\, costantemente segnato da un’attenzione al vero insieme mentale e rispettosa del naturale\, talora anche con accenti fortemente espressivi\, si concludeva con una Marina esposta nel 1954 al Premio Michetti. \nLa nuova mostra muoverà da quel dipinto\, strutturato secondo una geometria di origine postcubista\, evidenziando il progressivo sciogliersi da schemi rigidi in opere dominate da un colore diffuso\, con echi dell’informale. Sono dapprima soprattutto vedute\, della costa ligure e della pianura padana\, ma anche di città come Venezia e in particolare Parma. Successivamente\, dal 1959-69 al 1963-64\, l’artista abbraccia una pittura segnica\, in figure\, oltre che ancora e soprattutto\, in paesaggi di alta qualità\, esposti in mostre prestigiose\, in Italia (nel Premio Esso del 1961 e nel Premio Sassari del 1962) e fuori (nel 1962 anche negli Stati Uniti). \nSi riaffacciano in questo periodo i temi industriali\, già coltivati nell’immediato dopoguerra. \nTra il 1964-65 e il 1968 si assiste invece al ritorno a immagini più costruite e integre\, in Vedute di Parma e in una serie di forti ritratti\, cui sono dedicate due sale dell’esposizione.\nSubito dopo\, tuttavia\, Zoni persegue un progressivo rarefarsi della figurazione\, sempre più dominata dalla luce\, in visioni decantate\, che si spingono fino agli iniziali anni Settanta\, prima del lungo periodo finale della vita dell’artista\, nel quale Zoni\, soprattutto per motivi di salute\, rallentò e poi abbandonò l’impegno diretto della pittura. \nAttraverso opere di alto livello – di collezioni pubbliche e private (tra esse quelle della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma)\, oltre che degli eredi – risulta dalla mostra un pittore per lo più inedito\, che costituirà una rivelazione non solo per gli studiosi e collezionisti non di Parma\, ma per i suoi stessi concittadini.\nPer questa retrospettiva\, Luciano Caramel ha selezionato oltre cento opere\, in predominanza ad olio su tavola o tela\, ma anche eseguite con altre tecniche e materiali\, tutte riprodotte nel catalogo edito dalla Fondazione\, accompagnate da un saggio del curatore e da ampi registi bibliografici. \nLA PRECEDENTE MOSTRA DEL 1995 DEDICATA A BRUNO ZONI
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SUMMARY:Luigi e Salvatore Marchesi
DESCRIPTION:Sono in mostra Luigi e Salvatore Marchesi\, i magici “pittori delle sagrestie”\, maestri della pittura di luce nell’Ottocento italiano. \nLa Fondazione Cassa di Risparmio di Parma ha riunito la maggior parte della produzione artistica dei due pittori (oltre cento opere tra oli\, tempere\, acquerelli e disegni)\, coinvolgendo numerose Istituzioni e Gallerie pubbliche italiane: l’Accademia di Belle Arti di Parma e quella di Brera a Milano\, i Civici Musei di Brescia\, Agrigento e Trieste\, la Fondazione Banco di Sicilia\, le Gallerie d’Arte Moderna di Milano\, Palermo\, Ricci Oddi di Piacenza e Torino\, la Galleria Nazionale di Parma\, il Museo Teatrale alla Scala di Milano\, la Pinacoteca Nazionale di Bologna\, le Amministrazioni Comunale e Provinciale e la camera di Commercio di Palermo\, oltre naturalmente a numerosi collezionisti privati. \nUna parte considerevole\, anche se non esclusiva\, delle tele di entrambi i Marchesi ha un soggetto inusuale anche per degli artisti di interni come essi furono ai massimi livelli: le sacrestie e\, accanto ad esse\, gli scorci di cappelle e navate di antiche chiese\, animate da sacerdoti\, monaci\, chierichetti\, sacrestani e fedeli\, fissati nelle tele in situazioni inconsuete. Di questi ambienti\, dove sfarzo e polvere spesso si coniugano\, Luigi e soprattutto salvatore amano cogliere la quotidianità al di fuori delle cerimonie sacre. \nC’è il vecchio prete che stampa le ostie\, un giovane cantore che vocalizza solitario\, sugli antichi corali\, il chierichetto costretto a togliere da un antico tappeto le gocce di cera incautamente fatte cadere\, il ragazzino arrampicato a spolverare un Cristo\, la giovane donna prostrata ai piedi dell’altare a supplicare il perdono divino\, sino ad un monaco riverso ai piedi di un pozzo\, forse al termine di una robusta libagione o al suo confratello che si occupa delle verzure che prosperano all’interno di un chiostro assolato. \nAtmosfere sospese che entrambi gli artisti colgono in momenti particolari di luce\, attenti a rendere tensioni e silenzi dove grandi architetture limitano e filtrano la potenza del sole mediterraneo. \nQuelle di Luigi e Salvatore Marchesi sono\, pur nella specificità di ciascuna personalità artistica\, stupende pagine d’arte e\, insieme\, di costume\, spesso documenti sopravvissuti a ricordarci monumenti oggi scomparsi o deturpati irrimediabilmente. \nE attraverso la prospettiva e la luce zio e nipote raggiungono livelli che trovano pochi confronti nella pittura di interni dell’Ottocento.\nLuigi (1825 – 1862) allievo del Boccaccio all’Accademia di Belle Arti di Parma\, subentra al suo maestro nel 1852. Vincendo il Gran Concorso di Paese\, ottiene dal Governo Borbonico un periodo di pensionato a Roma. Tornato a Parma\, la morte precoce interrompe l’evoluzione di una personalità che stava raggiungendo una affermazione nazionale. Con la sua pittura egli diventa il cantore delle chiese\, sagrestie\, chiostri e cortili parmensi restituendoci mirabilmente l’atmosfera ottocentesca della città nelle sue luci e nei suoi personaggi. \nIl nipote Salvatore (1852 – 1926)\, ad undici anni è già allievo di Guido Carmignani al Corso di Paesaggio all’Accademia di Parma; subito entra nel circuito degli artisti affermati: la consacrazione avviene quando alcune sue opere esposte nella Pinacoteca Pubblica di Parma. Nel 1871 affianca il Dalla Rosa all’Università di Roma nell’insegnamento di Geometria proiettica e descrittiva: gli studi di prospettiva lo portano alla pubblicazione anche di due trattati sull’argomento. Espone intanto a Brera\, a Firenze e a Bologna ma anche a Parigi. Sue opere vengono acquistate dalla Real casa e entrano nel patrimonio delle principali gallerie d’arte moderna e musei (Roma\, Milano\, Torino\, Piacenza\, Brescia\, Trieste\, Parma\, Agrigento\, Palermo…). \nDal 1886 insegna all’Accademia di Belle Arti di Palermo e nel capoluogo siciliano resta per 36 anni\, tornando a Parma solo nel 1922.\nConseguentemente molta della sua produzione artistica è conservata ancora oggi in Sicilia e i curatori della mostra sono riusciti ad ottenere da Istituzioni pubbliche e collezionisti siciliani molte delle sue opere migliori che costituiranno per il pubblico una vera scoperta. \nLa mostra si inserisce a pieno titolo nella riscoperta e valorizzazione dell’Ottocento italiano che varie città stanno compiendo negli ultimi anni.
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SUMMARY:La Collezione Pizzi
DESCRIPTION:È la sensualità del seicento\, secolo carnale ed intrigante\, sempre in bilico tra idillio e tragedia\, a costituire il motivo dominante della splendida Quadreria di Pier Luigi Pizzi\, una cinquantina di opere davvero straordinarieed intense di Luca Giordano\, Giuseppe Maria Crespi\, Josè de Ribera\, Pier Francesco Mola\, Francesco del Cairo\, Valentin de Boulogne\, Guercino\, Cigoli\, Theodor van Baburen\, Aniello Falcone\, Benedetto Fioravanti\, Giuseppe Recco\, Lionello Spada\, Jacques Callot\, Salvator Rosa\, Antonio de Bellis\, Giambattista Piazzetta\, Bartolomeo Guidobono\, Domenico Fiasella e di altri interpreti di un secolo che esalta quanto mai i sentimenti accesi\, le passioni estreme\, il tormento e l’estasi. \nLe tele e i disegni che Pizzi ha scelto per la sua collezione sono il frutto di un gusto squisito e raffinato\, attento alle ricerche degli storici dell’arte e interessato al soggetto dell’opera\, con una preferenza per i quadri rari e difficili. \nMolte delle tele rivelano un denominatore comune nell’esaltazione del corpo umano\, rappresentato ora in maneira poetica\, ora disperata\, ora sensualmente ambigua\, sia che si tratti del volto di un santo o di un nudo. \nAppartengono a questo affascinante filone i dieci quadri di Trophine Bigot\, Aniello falcone\, Luca Giordano\, Giuseppe Maria Crespi\, Belisario Corenzio\, il Guercino\, Jacques Callot\, Antonio de Bellis\, raffiguranti il Martirio di San Sebastiano\, il San Giovanni alla fonte che Valentin de Boulogne mutua audacemente dal Narciso del Bonechi\, aggiungendo al potente nudo maschile semplicemente una aureola e l’Angelo sterminatore di Abraham Bloemaert\, che soffiando la collera divina riduce gli esseri umani a esangui larve. \nCome pure il Martirio di Sant’Agnese del Cairo\, o la Venere che punisce amore di Martinelli o il Noli me tangere del Balassi. \nPizzi si mostra particolarmente interessato ai dipinti di scuola caravaggesca e agli sviluppi internazionali che essa ebbe\, con opere di qualità come Amore trionfante di Orazio Fidani\, le tele del Bigot\, del de Boulogne\, del Baburen e la superba Giuditta di Francesco del Cairo. \nRitrovando lo spirito dei collezionisti del Seicento\, egli integra l’intensità emotiva della sua quadreria con “pause di riposo”: mature morte\, paesaggi\, vedute. Tra gli esempi più belli\, il Trionfo di David di Codazzi e spadaro e la Veduta di un porto di Filippo Gagliardi. \nLe opere presenti\, oltre a documentare tre generazioni di artisti\, mostrano\, come ha affermato Arnauld Brejon de Lavergnée\, direttore del Palais des beaux arts di Lille\, “soprattutto l’esaltazione dei sentimenti imani\, l’amore-passione\, il misticismo\, la violenza e la sensualità che l’uomo chiede al corpo di esprimere…..Siano manieristi o caravaggeschi\, siano fiorentini o napoletani\, appartengano alla pittura di storia o a un genere minore\, i quadri sono tutti della stessa famiglia: la pittura dell’epoca classica e barocca. Pier Luigi Pizzi ha ritrovato\, nel vero senso del termine\, lo spirito di un’epoca\, come l’ha ritrovato mettendo in scena Haendel o la Passione secondo San Giovanni di Bach o Les Indes galantes e Hippolite et Aricie di Rameau”. \nDaniele Benati\, Michelle Borjon\, Arnauld Brejon de Lavergnée\, Maurizio fagiolo dell’Arco\, Eleonora Frattarolo\, Mina Gregori\, Mary Newcome- Schleier\, Gianni Papi\, Roger Rearick e Nicola Spinosa hanno redatto le schede del catalogo edito da Franco Maria Ricci. d’Italia \nL’introduzione è di Antonio Paolucci. L’esposizione è curata dai coordinatori delle attività culturali della Fondazione Giovanni Godi e Corrado Mingardi. \nCon questa mostra il celebre regista e scenografo stringe un nuovo cordiale legame con Parma\, la città originaria della sua famiglia\, mentre la Fondazione Cassa di Risparmio di Parma si apre ancora una volta alla collaborazione con il collezionismo privato più intelligente\, che ha il merito di salvaguardare e valorizzare un patrimonio d’arte che non ha limiti di frontiere e di epoche.
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SUMMARY:Argenti e argentieri a Parma tra '600 e '700
DESCRIPTION:Crisopoli: Città d’oro. Questo il nome dato a Parma nel VI secolo\, durante la dominazione bizantina. Crisopoli: il nome ripreso più volte da Bodoni per indicare il luogo di stampa delle sue magnifiche edizioni\, in quella seconda metà del Settecento che fu un’epoca d’oro della storia e della civiltà parmense. Epoca di cui gli stessi contemporanei più avveduti ebbero chiara coscienza. O\, come pure fu detto\, epoca di illusione. Illusione non poi tanto\, se i fasti di una corte che guardava a Parigi come a modello di stile e di vita – e lo faceva spesso velleitariamente – si rispecchiavano in parte su tutte le manifestazioni artistiche della piccola capitale nei decenni estremi dell’Antico Regime e ancora durante la Restaurazione Luigina: due realtà e insieme due miti\, quelli della borbonica Atene d’Italia e del governo felice della Duchessa\, miti che il nostro tempo nostalgicamente alimenta. \nIl numero\, il fervore\, la qualità degli argentieri e dell’argenteria parmense sono anch’essi la spia di queste età dell’oro. Per cui bene ha fatto Alessandra Mordacci ad avvicinarsi con rigore di ricercatrice esperta e puntigliosa all’argomento e a restringerlo a quelle due epoche contigue\, contrassegnate dal nascente ed affermato neoclassicismo. Così finalmente ci è dato ripercorrere il panorama il più possibile completo di tale originale operosità locale. Il frutto delle sue indagini\, o meglio\, delle sue rilevazioni sul campo sia archivistico che dell’osservazione diretta degli oggetti\, è compendiato nella monografia che è stata per noi l’occasione della mostra\, per la quale con orgoglio si può affermare essere essa la prima sul tema specifico. \nI benemeriti precedenti si limitano infatti alle sezioni d’argenteria delle mostre dedicate l’una al Settecento parmense “L’Arte a Parma dai Farnese ai Borbone (1979)”\, e l’altra a “Maria Luigia donna e sovrana (1992)”. Ciò che qualifica in modo particolare la mostra è la presenza preponderante delle argenterie profane provenienti – ad esclusione del nucleo giunto dal Quirinale presso cui confluirono con l’Unità d’Italia gli arredi ducali – da generosi collezionisti privati. Inoltre\, la maggior parte dei prestiti è inedita e corredata spesso da una puntuale documentazione archivistica\, relativa anche alla committenza\, e dall’illustrazione dei marchi\, molti rilevati per la prima volta. Su tanta parte poi della produzione argentiera parmense si riverbera l’inconfondibile segno stilistico di E.A. Petitot\, l’architetto che è stato oggetto della precedente fortunatissima mostra della Fondazione: la sua fantasia decorativa unita al rigore del lessico classico improntò veramente ogni manifestazione artistica del periodo a Parma. La mostra illustra il livello di specializzazione raggiunto dalle botteghe degli argentieri della città capitale del ducato\, spesso in stretta adesione ai modelli di corte legati alle mode di Francia\, di Roma\, di Milano e\, più tardi\, di Vienna. Vi sono esposti oltre cento manufatti che testimoniano l’evolversi del gusto della committenza privata\, pubblica ed ecclesiastica attraverso l’adesione\, di volta in volta\, agli stilemi dell’ultimo “rocaille”\, alle nuove armoniche proporzioni della transizione al neoclassico\, imperante poi fino agli esiti maturi dell’epoca di Maria Luigia\, a Parma costantemente memori della grazia e gentilezza proprie della sempre viva luce cinquecentesca di Correggio\, Parmigianino e Bedoli\, e tuttavia consonante con l’eleganza francese. Non vi mancano anche oggetti della tradizione ebraica e alcuni esempi di commissioni pubbliche prestigiose\, quale fu la “Mazza cerimoniale” dell’Università\, un capolavoro realizzato nel 1782 da Giovanni Froni e figli\, orafi di corte. \nL’esposizione e il catalogo costituiscono certo un contributo non secondario alla conoscenza della produzione argentiera italiana del passato.
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SUMMARY:L'ossessione della memoria. Parma settecentesca nei disegni del conte Alessandro Sansaverini
DESCRIPTION:La Raccolta Sanseverini\, custodita dall’Archivio di Stato di Parma\, costituita da 417 disegni\, databili agli ultimissimi anni del XVIII secolo ed entro il marzo 1806\, nasce dal passeggiare a piedi per la città di un nobile frettoloso ed eccitato che ha il desiderio di rappresentare tutto ciò che vede. Il conte Alessandro Sanseverini (1742-1814) attraversa la città e coglie al volo stemmi\, resti romani\, monumenti del passato\, tracce e segni anche minuti depositati dal tempo sulle case e nelle vie\, ma anche uomini e donne impegnati nel lavoro\, compromessi con la quotidianità\, intenti a conversare e scambiarsi insieme saluti e maldicenze con cordiale leggerezza\, come in uno straordinario album di fine secolo. Solo che si tratta di due secoli fa. La serie di immagini schizzate frettolosamente\, con una certa asprezza grafica e grande vivacità cromatica nella nervosa e talora approssimativa stesura degli inchiostri dal conte colonnello Alessandro Sanseverini è un patrimonio iconografico che forse nessuna città può vantare per quell’epoca\, anche perché progettato\, costruito e perseguito per volere di uno solo. \nI viaggiatori del Grand Tour\, le guide che si stampavano sempre più numerose\, una ricca produzione di incisioni e di grafiche illustrative\, la ripetitività dei quadri degli artisti vengono eleggendo degli scorci fissi per denotare una città\, pochi e più volte rifrequentati. \nIl conte aveva realizzato la Raccolta per Mederico Moreau de Saint-Mèry (1750-1819)\, amministratore generale degli Stati di Parma per i Francesi\, dal 1802 al gennaio 1806. Nell’Europa che si stava trasformando in impero napoleonico il piccolo ducato era rimasto un’enclave\, un’isola dimenticata dal tempo\, con un governatore dalla più ampia autorità che gestiva il potere in una illusione di totale autonomia per un duca che aveva dimostrato il massimo di opportunità politica morendo al punto giusto: un attimo prima che Napoleone lo costringesse pubblicamente ad abdicare. Con maggior coraggio il Moreau de Saint-Mèry\, piccolo\, loquace\, tondeggiante\, seppe resistere al grande “corso”\, allorché questi richiese una violenta e sanguinosa repressione contro i montanari piacentini della Val di Nure che si erano ribellati alla coscrizione obbligatoria. Rifiutò di prestarsi alla carneficina e fu richiamato a Parigi. \nCon quella curiosità illuministica e ormai scientifica che lo animava\, voleva scrivere su Parma ed il suo fazzoletto di ducato un testo topografico economico statistico e sociale\, che mostrava in spazi ristretti tante singolarità e difformità. La sua sete di documentare visivamente la quotidianità e tutti gli aspetti dell’esistente trovarono nel conte Sanseverini la macchina fotografica che mancava e nella Raccolta Sanseverini l’album che Parma\, ma che nessun’altra città\, aveva mai avuto. \nL’esposizione invece è stata organizzata con una ricostruzione dell’incantata fruttifera stagione che dall’insediamento dei Borbone a Parma nel 1748\, si irradia\, con dilatate onde al richiamo a Parigi del Moreau de Saint-Mèry da parte di Napoleone (1806). I mutamenti istituzionali\, gli eventi più significativi\, le tracce che hanno lasciato sul vissuto quotidiano\, costituiscono il grande affresco nel quale non solo si inserisce l’opera del Sanseverini\, ma anche quell’attenzione per il mondo delle campagne\, per gli strumenti del lavoro\, per la vita dei contadini\, degli artigiani\, degli operai\, dei venditori al minuto che sono anche i protagonisti dei disegni del conte. A questo mondo è sembrato opportuno lasciare un ampio spazio\, anche perché per molti costituirà una sorpresa. Il momento finale è l’applicazione di un metodo rivoluzionario\, totalmente innovativo\, per fotografare le filigrane più significative che si incontrano nella Raccolta Sanseverini.\nRichiamare l’attenzione su questa ulteriore conquista della tecnica che permette finalmente un vero studio scientifico delle filigrane e che apre un vasto campo alle ricerche non solo archivistiche\, ma anche biblioteconomiche e storico-artistiche.
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SUMMARY:Ennemond Alexandre Petitot. Un artista del Settecento Europeo a Parma
DESCRIPTION:Ennemond Alexandre Petitot\, nato a Lione nel 1727\, vincitore nel 1745 del Grand Prix de Rome\, trascorse cinque anni nella città dei Papi\, Roma\, frequentando\, agli esordi del neoclassicismo italiano\, Piranesi e fornendo le sue prime prove inventive. \nTornato in Francia\, è chiamato nel 1753 a Parma dal ministro Du Tillot per ricoprire la carica di architetto di corte e insegnante all’Accademia di Belle Arti fondata l’anno prima. \nA Parma rimarrà fino alla morte\, nel 1801\, progettando la Veneria\, la cappella ducale di San Liborio e gli interni della Reggia a Colorno\, il Palazzo Ducale in città\, la Chiesa di San Pietro sulla piazza principale\, un acquedotto ingegnoso\, lo Stradone con il caratteristico Casino\, la Galleria della Biblioteca Palatina\, il Palazzo di Riserva e molto altro\, col destino di non vedere portato a compimento quasi nulla. Una schiera di allievi architetti\, soprattutto lombardi\, diffondeva intanto il suo stile decorativo inconfondibile in tutta Italia. \n\nLa mostra\n2. Il contesto storico\, Parma Atene d’Italia\n 3. La vita
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SUMMARY:Alberto Pasini. da Parma a Costantinopoli via Parigi
DESCRIPTION:Pasini\, nato a Busseto nel 1826\, all’Accademia di Belle Arti di Parma ha come maestri di pittura e scenografia Giuseppe Boccaccio e Girolamo Magnani\, mentre all’approccio con la litografia lo guida Paolo Toschi. \nNel 1851\, dopo aver partecipato alla prima guerra d’Indipendenza\, si reca a Parigi\, dove si dedica principalmente alla pittura di paesaggio esponendo al Salon del 1853 e si lega d’amicizia con i pittori della scuola di Barbizon. \nNel 1855\, grazie all’interessamento del pittore Théodore Chassériau\, è aggregato come disegnatore alla missione diplomatica che\, agli ordini del ministro Prosper Bourée\, si dirige in Persia. E’ la svolta della sua vita. Stregato dall’oriente\, in questo suo primo viaggio e nei successivi che toccheranno gran parte dei paesi musulmani affacciati al Mediterraneo\, egli trae disegni e raccoglie impressioni che poi riverserà al ritorno in uno straordinario numero di dipinti. \nStabilitosi a Parigi\, esporrà spesso e otterà premi ai Salon e riceverà la Legion d’Onore\, mentre lo stesso Scià di Persia e il Sultano di Costantinopoli gli avevano commissionato opere. I collezionisti\, attraverso il famoso mercante Goupil\, si contenderanno le sue opere. \nLa sua è una pittura legata al vero\, che si riscatta dal documentario per la vivacità della pennellata\, per la sapienza luministica e compositiva. Disegno esatto\, resa atmosferica\, colore brillante\, taglio sapiente\, scelta di soggetti pittoreschi\, ma non oleografici\, tecnica mirabile fanno di lui\, fin dagli esordi\, uno dei più notevoli pittori orientalisti a livello europeo e il migliore degli italiani. Dal 1871 si ritira sulle colline torinesi\, a Cavoretto\, lasciandole per frequenti viaggi soprattutto a Parigi e a Venezia\, città che ritrae con sensibilità originale. A Cavoretto si accosta anche al paesaggio piemontese e valdostano con immutata felicità pittorica. Dopo la sua morte\, avvenuta nel 1899\, i suoi quadri continuano ad essere oggetto del più attento collezionismo internazionale.
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SUMMARY:Roberto Guastalla. "Pellegrino del sole"
DESCRIPTION:La mostra dedicata al pittore parmense Roberto Guastalla (1855 – 1912)\, ha inteso contribuire alla migliore conoscenza di un interessante momento della cultura figurativa a Parma – negli anni tra la fine del secolo XIX e gli inizi di quello successivo – presentando\, per la prima volta\, la complessa\, affascinante e pressoché sconosciuta figura di questo artista. \nLa produzione di Guastalla\, per lo più custodita in collezioni private e nota fino ad oggi a pochi specialisti\, è stata documentata attraverso un’importante serie di opere assolutamente inedite. \nCon oltre un centinaio di pezzi fra tele\, bozzetti preparatori\, disegni e fotografie\, è stata ripercorsa tutta la produzione del pittore. Guastalla riceve la propria formazione all’Accademia Parmense\, sotto l’insegnamento di Guido Carmignani\, acquisendo una solida preparazione di pittore di paesaggio\, come dimostra la tela del 1887 “Porto di Martorano sul Taro”. \nNel contesto scolastico\, grazie anche all’autorevole fama di cui gode a Parma Alberto Pasini\, Guastalla entra in contatto con un genere di grande fortuna in quegli anni e che diventerà dominante nella sua produzione: l’Orientalismo. \nNon si tratta però di un genere assorbito indirettamente\, bensì di una passione giovanile che prende forma\, nel corso degli anni\, dalla conoscenza diretta del vicino Oriente. \nCome sottolinea il titolo della mostra\, Guastalla diventa un “pellegrino del sole”\, continuamente in viaggio verso l’Egitto\, il Marocco\, e le vaste regioni dell’Impero Ottomano\, a cominciare dal 1886 fino al 1908\, quando attraversa per l’ultima volta il Mediterraneo\, per recarsi in Tunisia e Numidia. \nLa formazione di paesaggista rimane determinante; durante i viaggi il pittore punta il proprio occhio attento e allenato alla ripresa dal vero sulle città di Fez\, Mekinez\, Damasco o Il Cairo\, dando vita ad una serie di disegni e soprattutto di bozzetti\, che costituiscono uno degli aspetti più interessanti e originali della produzione di Guastalla. \nDurante i viaggi il pittore non porta soltanto pennelli e colori\, ma è accompagnato dalla macchina fotografica\, con la quale documenta ampiamente i paesaggi\, le architetture e i costumi dei paesi che visita. L’uso della fotografia come reportage di viaggio e supporto per la realizzazione di opere\, è un altro degli aspetti che la mostra ha documentato con ampiezza\, attraverso un grande numero di stampe originali eseguite dallo stesso pittore. \nGuastalla partecipa attivamente alla vita artistica cittadina\, presentando costantemente opere\, a cominciare dal 1879\, alle esposizioni triennali della locale Società d’Incoraggiamento. Egli è però attento alla più ampia realtà artistica italiana; non è quindi irrilevante che partecipi a numerose esposizioni sul territorio nazionale (Bologna 1888\, Milano 1891\, Firenze 1892). \nLa mostra è stata completata con il catalogo\, presentato da Rossana Bossagllia\, curato da Roberto Cobianchi\, Anna Mavilla\, Roberto Spocci\, edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Parma.
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SUMMARY:Soldi d'Italia. Un secolo di cartamoneta
DESCRIPTION:“Soldi d’Italia”\, ovvero più di un secolo della nostra storia recente rivissuto attraverso la cartamoneta. La mostra permanente\, curata dal professor Guido Crapanzano\, è visibile nella sede di Palazzo Bossi-Bocchi\, in quanto collezione di proprietà della Fondazione Cariparma. \nE’ una rassegna preziosa non solo perché ad essere esposti sono\, come indica il titolo\, i “Soldi d’Italia”\, ma soprattutto perché offre la possibilità di conoscere la produzione di cartamoneta italiana dalla proclamazione del Regno d’Italia a quella che abbiamo avuto nei nostri portafogli sino all’avvento dell’euro. \nLa collezione\, una tra le maggiori esistenti\, dispone di oltre 700 pezzi\, tra cui non pochi rarissimi o addirittura unici.
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SUMMARY:Bruno Zoni\, 1995. Opere 1930-1954
DESCRIPTION:Nella mostra monografica su Bruno Zoni – nato nel 1911 a Coltaro di Sissa (Parma) e morto a Parma nel 1986 – sono state presentate un centinaio di opere – pitture\, disegni e bozzetti scenografici – provenienti da collezioni pubbliche e private\, eseguite dal 1930 al 1954. \nLa scelta di limitare l’arco temporale preso in esame è derivata dal desiderio di presentare con maggiore larghezza l’attività del maestro dagli anni Trenta ai primi Cinquanta\, al di là della sintesi\, necessariamente troppo riassuntiva\, offerta dalla mostra antologica allestita nel 1987 nel Palazzo Farnese di Parma\, che affrontava invece l’intero percorso di Zoni. \nLa produzione della giovinezza e della prima maturità merita\, infatti\, un approfondimento\, per il suo interesse intrinseco e per le connessioni con la cultura artistica italiana coeva\, in particolare nel secondo dopoguerra; tale produzione\, prima d’ora\, non era stata studiata convenientemente. \nLa rassegna è stata preceduta da una ricerca analitica che ha permesso di datare\, per la prima volta convincentemente\, i dipinti e di fondare la scelta su presupposti storico-critici attendibili. \nZoni frequenta l’Istituto d’Arte Toschi di Parma\, dove si diploma nel 1931\, in seguito frequenta l’Accademia di Brera\, a Milano\, seguendo i corsi di scenografia\, disciplina nella quale otterrà il diploma. Parallelamente Zoni segue studi musicali\, di pianoforte e composizione\, che lo aiuteranno tra l’altro nell’attività scenografica\, sempre coltivata. \nTra le prime affermazioni\, la partecipazione nel 1939 alla III Quadriennale Nazionale del Paesaggio italiano a Bergamo (il I° Premio Bergamo)\, con opere preminentemente rivolte a temi paesaggistici. \nMentre gli anni Quaranta si aprono con alcuni straordinari grandi disegni a sanguigna di nudi femminili dalla forte carica espressionista\, affiora l’interesse – allora diffuso in Italia – per il postcubismo. Zoni tuttavia con scelta autonoma pare guardare a Braque (e al precedente di Cezanne) piuttosto che a Picasso. \nNegli anni dopo la Liberazione è anch’egli attratto dalla tematica sociale\, in disegni e dipinti di tema popolare robustamente strutturati\, che documentano l’intreccio tra postcubismo e impegno politico\, tra il 1947 e il 1948\, in immagini che sono tra le più efficaci dell’artista. \nNel 1950 Zoni espone alla Biennale di Venezia. Il suo mondo è cambiato. S’è fatto più disteso e di nuovo rivolto a registrare il paesaggio\, tuttavia presto con accenti stilistici di una lirica scansione geometrizzante. E’ allora che si avvicina a Birolli\, che frequenta e di cui diventa amico\, come da tempo lo era di Morlotti. Nasce di qui un nuovo periodo\, in cui il postcubismo è declinato con libera scioltezza. La rassegna ha presentato anche tavole e dipinti connessi all’impegno scenografico dell’autore\, tutti riprodotti nel catalogo a cura di Luciano Carmel\, edito dalla Fondazione.
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SUMMARY:Luigi Froni. Ritratti dell'esistenza
DESCRIPTION:Figura singolare\, eccentrica\, quella di Froni: nonostante abbia frequentato per un anno l’Accademia di Belle Arti di Parma\, nella sezione di architettura\, è da considerare in gran parte un autodidatta\, affascinato dalla scultura di Adolfo Wildt e Ivan Mestrovic\, nell’immediato primo dopoguerra. Una scelta coraggiosa\, ma che lo isola dai fermenti vivaci e contraddittori di quegli anni\, segnati dallo scontro fra il Futurismo e altre tendenze artistiche\, non solo d’avanguardia. \nIl suo vero esordio pubblico\, nel 1921\, coincide con il ritorno del Futurismo\, che a Parma ebbe nel “Rovente” ed in Piero Illari gli estremi paladini. Il Futurismo\, del resto\, proprio a Parma\, a differenza di quanto avveniva in altre città\, era riuscito a radicarsi saldamente nelle coscienze popolari\, esprimendo le tensioni delle classi lavoratrici che sfociarono nei famosi episodi delle barricate del 1922. \nFroni da Wildt ricava il senso drammatico\, il gusto dell’immagine psicologica del soggetto\, non il simbolismo. Dopo Un amico (1920)\, Maschera di Renzo Pezzani (1921) – il poeta era suo grande estimatore – arrivava a forme più essenziali\, meno tormentate\, come in Autunno (1927). Da qui parte la ricerca psicologica di Froni\, il suo indagare il soggetto\, il suo cercare di vedere oltre l’apparenza\, in una ricerca di autenticità e di svelamento che ha qualcosa di pirandelliano e che diventerà drammatica nelle opere realizzate nel secondo dopoguerra. \nFroni\, straordinario ritrattista\, indaga l’anima e tenta di afferrarne i segreti. Questa ricerca ha inizio con due affascinanti ritratti: Autoritratti del 1942 e del 1943. Le opere di Froni sono state lette talora come caricature in scultura\, ma in esse c’è una tale tensione\, un eccesso di monumentale\, un superare ed annullare il bozzetto\, per cui bisogna interpretarle per quello che sono: grandi maschere. \nFroni cerca di togliere la maschera ai suoi modelli\, di ridare ad essi autenticità. Quella di Froni è scultura esistenziale\, che denuncia lacerazioni\, solitudine\, esasperazione psicologica. Lo si vede in opere come Il Cardinale Stepinach (1952)\, Giovanni Guareschi (1953)\, Carlo Carrà (1959)\, Il Cav. Camattini (1960-62)\, Braga (1960-62)\, il chirurgo Dogliotti (1963-64)\, Winston Churchill (1964-65)\, Albert Schweitzer (1960-62) e nelle varie versioni del ritratto dell’attore Memo Benassi\, per non citare che alcuni casi.\nSu di un altro registro i ritratti di bambini e ragazzi\, còlti nella freschezza e spontaneità della loro gioia di vivere: dalle figlie Dadi e Bichi (fine anni ’30)\, a Il Capoclasse (1953)\, a L’ultimo della classe (1953)\, che è stato posto sulla tomba della maestra Lina Maghenzani\, madre di Giovanni Guareschi\, a Il giovane Sangiorgi (Anni ’50)\, fino a Giuliano Molossi (1960). \nLo stesso discorso per le tenere ed eleganti figure di donne e ballerine stilizzate\, pervase da un sottile erotismo.\nLa Commissione Toponomastica del Comune di Parma ha proposto di dedicare a Luigi Froni una delle nuove vie della zona Est della città\, accanto ai nomi prestigiosi dell’arte scultorea parmigiana del passato.
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