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SUMMARY:Fuochi di gioia e lacrime d’argento. Apparati effimeri e memorie a stampa in onore di Luisa Elisabetta di Borbone
DESCRIPTION:Parma\, Aprile 2010 – Esattamente 250 anni fa Parma\, Piacenza e Guastalla commemoravano la loro duchessa Luisa Elisabetta di Borbone\, scomparsa prematuramente a Versailles il 6 dicembre 1759. \nI sudditi la chiamavano “Babet”\, il nomignolo usato affettuosamente da suo padre\, Luigi XV di Francia\, che per lei nutriva una vera predilezione. Una vita breve la sua\, ma singolare anche in un secolo straordinario per l’emancipazione femminile come il Settecento: fu infatti una donna volitiva\, indipendente e brillante\, ma anche una moglie affezionata (tenerissime le lettere al marito don Filippo\, il suo “cher Pippo”) e una madre scrupolosa (si deve a lei la scelta di Condillac\, famoso filosofo sensista\, quale istitutore del figlio don Ferdinando). \nSposata appena dodicenne a don Flippo di Borbone\, futuro duca di Parma\, fu un’abile diplomatica (progettò le nozze della primogenita Isabella con Giuseppe d’Asburgo\, futuro imperatore d’Austria) e fu sensibile all’arte\, quale corollario della regalità\, chiamando dalla Francia architetti\, artisti e intellettuali per dare nuovo volto alle regge di Parma\, Colorno e Sala Baganza\, con l’obiettivo di replicare i fasti della Versailles che aveva conosciuto nella sua  infanzia dorata. \nLa Fondazione Cariparma e il Dipartimento di Ingegneria Civile\, Ambiente\, Territorio e Architettura dell’Università di Parma\, in collaborazione con la Biblioteca Palatina di Parma\, hanno deciso di ricordare questo personaggio\, ancora poco approfondito dalla storiografia europea\, oltre che dei Ducati\, e il primo decennio borbonico a Parma con una serie di quattro manifestazioni. \nLa prima ha coinciso con la presentazione pubblica della terza versione nota di un ritratto postumo di Luisa Elisabetta\, dipinto da Jean Marc Nattier e conservato in collezione privata\, esposto a Palazzo Bossi Bocchi accanto a quello ormai conosciutissimo di proprietà della Fondazione\, opera di Louis Michel Van Loo\, e ad alcuni pezzi scelti fra i disegni e le incisioni appartenenti alle collezioni della Fondazione. \nIl secondo appuntamento inaugurerà l’11 aprile prossimo: una mostra dal titolo “Fuochi di gioia e lacrime d’argento. Apparati effimeri e memorie a stampa in onore di Luisa Elisabetta di Borbone”. S’indaga sugli allestimenti e sull’editoria d’occasione che hanno scandito la breve esistenza di Babet: le feste nuziali a Parigi\, le tappe durante i numerosi viaggi ufficiali\, il battesimo del figlio Ferdinando(i fuochi di gioia) e infine le esequie solenni a Parigi\, Piacenza\, Guastalla e Parma (le lacrime d’argento)\, quest’ultime volute dalla Corte nella chiesa dell’Annunziata e affidate all’architetto Ennemond Alexandre Petitot. \nLa mostra intende indagare un episodio emblematico della straordinaria stagione settecentesca di eventi spettacolari e di editoria d’occasione\, riproponendone gli apparati attraverso riproduzioni in due e tre dimensioni\, oltre naturalmente a pezzi originali\, scelti fra i disegni e i dipinti appartenenti alle collezioni della Fondazione Cariparma\, a raccolte private e a collezioni pubbliche\, tra le quali spicca quella della Biblioteca Palatina\, cui appartengono rarissime e preziose edizioni commemorative delle feste dinastiche parigine ed emiliane. \nDurante il periodo di apertura\, a Palazzo Bossi Bocchi saranno organizzate conferenze e visite guidate (il 15 aprile Alessandro Malinverni parlerà dell’Effimero eternato nel caso delle feste parigine del 1739; il 23 aprile sarà la volta di Carlo Mambriani e Davide Gasparotto\, che presenteranno la mostra al pubblico della “Settimana della Cultura”). \nTra il 16 e il 20 giugno 2010 è prevista la visita alle Collezioni d’arte della Fondazione Cariparma da parte dell’Associazione Culturale GHAMU (Groupe Histoire Architecture Mentalités Urbaines)\, composta da specialisti del Settecento europeo legati all’Università della Sorbona; nell’occasione saranno mostrati i disegni di Petitot appartenenti alle collezioni d’arte della Fondazione Cariparma\, in particolare quelli legati alla committenza della Duchessa e alla trasformazione di Parma in occasione delle nozze di Isabella con il futuro imperatore\, nonché i numerosi ritratti dei personaggi della corte borbonica esposti a Palazzo Bossi Bocchi. \nInfine\, dal 16 al 18 settembre 2010 Parma ospiterà un convegno internazionale di studi dedicato alla figura di Luisa Elisabetta e al primo decennio di dominio borbonico a Parma 1749-1759\,organizzato dai professori Carlo Mambriani (Università di Parma) e Gianfranco Fiaccadori (Università di Milano)\, con l’aiuto di enti locali (come la Provincia\, i comuni di Sala Baganza e Colorno\, l’Arma dei Carabinieri\, la Biblioteca Palatina) e finalizzato a una migliore comprensione dei profondi legami storici\, artistici e culturali tra Parma e la Francia. Hanno già aderito importanti studiosi francesi\, italiani e spagnoli\, esperti di varie discipline storiche e artistiche\, al fine di offrire una panoramica esaustiva – dalla storia alla filosofia e alla letteratura\, dall’arte alla musica e al costume – di un periodo finora poco indagato negli studi\, che pure ha segnato la prima apertura dei Ducati a una dimensione veramente internazionale e cosmopolita\, costituendo l’indispensabile premessa all’età aurea e più nota di Parma quale «Atene d’Italia». \nImmagini “Gusto effimero”Immagini Allestimento MostraFilmato della Mostra
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SUMMARY:Un Nattier a Palazzo Bossi Bocchi (mostra temporanea)
DESCRIPTION:Tra il 2009 e il 2010 ricorrono 250 anni da alcuni eventi significativi per la storia di Parma e delle sue dinastie ducali. La Fondazione Cariparma celebra questi anniversari attraverso una serie di esposizioni\, conferenze\, visite e un convegno internazionale di studi sul primo decennio del dominio borbonico a Parma\, periodo cruciale per l’affermazione politica e culturale della nostra città nel panorama europeo. \nCoordinate dagli studiosi parmensi Gianfranco Fiaccadori (Università di Milano) e Carlo Mambriani (Università di Parma)\, tali iniziative intendono fornire un contributo e un nuovo incentivo agli studi locali\, nonché valorizzare le collezioni d’arte della Fondazione\, patrimonio di notevole rilevanza per la riscoperta del Settecento parmense. \nIl prossimo 6 dicembre cadrà il 250° anniversario dalla scomparsa di Luisa Elisabetta di Francia\, duchessa di Parma\, Piacenza e Guastalla\, personaggio ancora poco indagato dalla storiografia locale\, benché di fondamentale importanza per la storia anche successiva del nostro ducato. \nFiglia prediletta di Luigi XV di Francia\, Luisa Elisabetta fu la sposa di Don Filippo di Borbone duca di Parma. Giunta a Parma nel 1749\, contribuì all’importazione del pensiero dei lumi nel ducato: grazie a lei arrivarono a corte personaggi come Du Tillot\, futuro ministro riformatore dello Stato\, artisti francesi tra i quali l’architetto Petitot e lo scultore Boudard\, il filosofo Condillac\, istitutore del piccolo Don Ferdinando. Ammalatasi di vaiolo alla fine del 1759\, quando si trovava in visita presso la corte di Versailles\, vi morì il 6 dicembre dello stesso anno. \nIn occasione della ricorrenza sarà esposto al primo piano di Palazzo Bossi Bocchi per una settimana\, da sabato 5 a domenica 13 dicembre 2009\, un dipinto inedito\, segnalato dal dott. Alessandro Malinverni (Università di Milano): un esemplare del bellissimo ritratto di Luisa Elisabetta di Borbone in veste da caccia\, realizzato nel 1760 dal grande Jean-Marc Nattier\, ritrattista della corte di Francia. \nSimile ma con un taglio più ampio rispetto ai due ritratti analoghi conservati a Versailles\, questa tela sconosciuta al pubblico proviene da una collezione privata. Sarà esposta a fianco di alcune importanti opere di proprietà della Fondazione: l’ormai noto ritratto della Duchessa\, attribuito a Louis-Michel Van Loo\, e un gruppo di disegni e incisioni che riguardano le sue residenze di Parma e di Colorno\, dove Petitot\, Boudard\, Bossi e Rusca\, con una schiera di altri artisti e artigiani\, crearono una cornice raffinata per la piccola ma esigentissima corte parmense. \nSabato 5 maggio alle 11.00\, presso Palazzo Bossi Bocchi\, il dr. Alessandro Malinverni\, già allievo dei proff. Gianfranco Fiaccadori e Fernando Mazzocca e autore di studi storico-artistici sulla figura di Luisa Elisabetta\, terrà una breve conferenza con videoproiezione per inquadrare i due ritratti esposti nella nutrita ritrattistica di Luisa Elisabetta e nella sua biografia.
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SUMMARY:Tre pittori per Roberto Tassi
DESCRIPTION:In concomitanza con l’acquisizione da parte della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Parma di circa diecimila volumi d’arte che\, oltre a numerosissimi cataloghi\, costituivano la parte più cospicua della biblioteca di Roberto Tassi\, una mostra vuole ricordare una delle figure più significative della critica d’arte italiana esponendo alcune opere di tre fra i pittori a lui più cari e da lui più frequentati: Sutherland\, Morlotti e Ruggeri. \nL’esposizione\, a cura di Mario Lavagetto\, con la collaborazione di Stefano Roffi\, viene allestita a Palazzo Bossi Bocchi\, sede della Fondazione Cariparma\, realtà quest’ultima che ha reso possibile il passaggio all’Università del fondo librario. L’iniziativa è anche l’occasione per ricordare l’intensa collaborazione fra Tassi e la Cassa di Risparmio di Parma prima e la Fondazione Cariparma successivamente\, che portò alla pubblicazione di alcuni dei suoi principali volumi. \nLe opere provengono da collezioni private\, individuate in base alle affinità intellettuali intessute da Tassi stesso; libri e documenti del critico completano il percorso. In concomitanza della mostra\, viene pubblicato un volume (il ventesimo)  della Collana di “Opere inedite di cultura” promossa dalla Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Parma\, ideata e curata da Ivo Iori. Il volume (edizioni MUP) raccoglie i più significativi contributi critici di Tassi sui tre artisti presenti in mostra. \nRoberto Tassi\, nato a Napoli nel 1921 e morto a Esine nel 1996\, ha vissuto a Parma\, con lunghi soggiorni estivi nella campagna vicina. Laureato in medicina\, ha esercitato la professione di medico otorinolaringoiatra\, che ha poi progressivamente abbandonato per dedicarsi ai prevalenti interessi artistico-letterari. È stato direttore della rivista “Palatina”; redattore artistico de “L’Approdo Letterario”; redattore di “Paragone” e della rivista “Il terzo Occhio”; critico d’arte de “Il Mondo” e dal 1977 al 1996 del quotidiano “la Repubblica”. Gli storici dell’arte che hanno costituito un punto di riferimento imprescindibile per il suo lavoro critico sono stati Roberto Longhi\, di cui Tassi si considerava in qualche modo allievo\, l’amico Francesco Arcangeli e Giovanni Testori. Vari i suoi interessi nel campo della storia dell’arte: l’attenzione per la storia cittadina ha determinato una serie di ricerche approfondite sul romanico emiliano\, sul Correggio\, sul Parmigianino e su altri temi più recenti. Campo preminente dell’indagine critica di Roberto Tassi resta però l’arte europea – italiana e francese anzitutto – e poi russa e americana dell’Ottocento e del Novecento\, con particolare interesse per il Romanticismo (Friedrich)\, per la pittura di natura dagli artisti inglesi del Settecento fino a Courbet\, a Monet e al post-impressionismo\, per i grandi pittori e scultori della prima metà del Novecento\, da Morandi a Permeke e a Soutine\, infine per i pittori dell’informale\, con uno sguardo attento sempre rivolto alle manifestazioni della contemporaneità. \nTra i suoi libri ricordiamo: Il Duomo di Parma. Il tempo romanico (Cassa di Risparmio di Parma 1966); Il Duomo di Parma II. La cupola del Correggio (Cassa di Risparmio di Parma 1967); Il Duomo di Fidenza (Cassa di Risparmio di Parma 1973); Morlotti\, figure 1942-1975 (Electa 1975) Tiziano. Il polittico Averoldi in San Nazaro (Grafo Edizioni 1976); Graham Sutherland. Complete Graphic Work (Rizzoli 1978); Il paesaggio di Morlotti (Mazzotta 1987); L’atelier di Monet (Garzanti 1989)\, La corona di primule (Guanda 1994 per Fondazione Cariparma) sulla tradizione dell’arte a Parma. Figure nel paesaggio (Guanda 1999 per Fondazione Cariparma) è il libro postumo che raccoglie\, con saggi introduttivi di Mario Lavagetto e Claudio Zambianchi\, gli scritti di critica d’arte pubblicati su “la Repubblica”. Nel 2006 viene pubblicato dalle Edizioni MUP\, con un saggio di Marco Vallora\, Come un eroe di Conrad. Il sodalizio con Francesco Arcangeli. \nGraham Sutherland nasce a Londra il 24 agosto 1903; dopo un riesame critico delle avanguardie del primo Novecento prende le distanze sia da questo tipo di ricerche che dal nascente informale\, affermando la propria identità artistica all’interno della cultura figurativa europea e riappropriandosi della tradizione pittorica figurativa rapportandola però con la realtà contemporanea segnata tragicamente dal secondo conflitto mondiale. Dal 1940 al 1945 esegue opere ufficiali come “artista di guerra”\, mentre a seguito della conversione al Cattolicesimo produce a partire dagli anni cinquanta opere di stampo religioso. Una forte intensità emozionale lo porta a disintegrare le forme naturali per poi ricomporle in assemblaggi ibridi dalle sembianze antropomorfe o vegetali in un clima inquietante di stampo quasi surrealista\, con elementi di ascendenza espressionista\, come nel Bestiario\, realizzato nel 1968\, in cui i soggetti subiscono strani processi di metamorfosi. Tante le mostre internazionali\, dalla personale alla Biennale di Venezia nel 1952\, poi New York\, Londra\, Parigi\, Zurigo\, Colonia\, fino a quella postuma alla Tate Gallery del 1982. Muore a Londra il 17 febbraio 1980. \nEnnio Morlotti nasce a Lecco il 21 settembre 1910. Attratto da Giotto\, Masaccio e Piero della Francesca\, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1937 a Parigi conosce le opere di Cézanne\, del Fauvismo\, dell’Espressionismo\, di Soutine\, Rouault e Picasso. Al suo ritorno in Italia frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 1939 entra a far parte del gruppo dei pittori di Corrente con Treccani\, Guttuso\, Birolli e Cassinari. Nel 1944 firma il Manifesto del Realismo; nel 1947\, partecipa al Fronte nuovo delle arti e\, dopo la scissione\, aderisce al Gruppo degli Otto di Venturi. Degli anni cinquanta e sessanta sono cicli di grande intensità\, dedicati a nudi e vegetazione\, capitali per l’arte informale. Oltre a ripetute partecipazioni alla Biennale di Venezia\, vengono dedicate a Morlotti personali a New York\, Milano\, Roma e Basilea. Negli anni settanta approda a un solido recupero della realtà naturale\, con la serie dei Teschi e quella delle Rocce. Dal 1987 si concentra sul tema degli Studi per Bagnanti\, immagini materiche definite da secchi colpi di spatola\, fino alla morte\, avvenuta a Milano il 15 dicembre 1992. \nPiero Ruggeri nasce a Torino il 27 aprile 1930. Diplomatosi nel 1956 all’Accademia Albertina di Belle Arti\, nello stesso anno viene invitato alla Biennale di Venezia. Partecipa a tre edizioni di una collettiva di grande rilievo\, quale Francia-Italia\, con dipinti che s’inoltrano in un Informale di carattere naturalistico. Ruggeri si impone come uno tra i pochi artisti italiani la cui forza espressiva regge il confronto con quella dei protagonisti dell’action painting americana\, in un dialogo con la pittura e la sua tradizione testimoniato dai dipinti che recano\, nel titolo\, riferimenti a Tintoretto\, Caravaggio\, Rembrandt\, Mattia Preti\, Goya. Si affermano i colori “emblematici” di Ruggeri\, per i quali viene immediatamente ricordato: rossi e neri percorsi da luminescenze subliminali\, bruni e ocra\, bianchi accecanti. Tra le mostre personali\, quelle di Palazzo dei Diamanti a Ferrara nel 1984 e alla Villa Reale di Monza nel 1985\, oltre a esposizioni in Austria\, Brasile\, Francia\, Stati Uniti\, Russia\, Australia. Dal 1971 si trasferisce a Battagliotti\, ai margini di un bosco\, dove vive e lavora fino alla morte avvenuta il 15 maggio 2009. \nIMMAGINI ALLESTIMENTO MOSTRA
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SUMMARY:Allo! Paris!
DESCRIPTION:Parigi a Parma\, attraverso i libri d’artista. È la proposta che la Fondazione Cariparma\, nella sua storica sede di Palazzo Bocchi Bossi\, ha proposto dall’18 marzo all’11 maggio 2008: una raffinata testimonianza di un collezionismo raro\, quello del libro d’artista\, che in Corrado Mingardi ha\, proprio in terra parmense\, il suo maggior esponente italiano. \nIl titolo dell’esposizione richiamava quello di un famoso libro con litografie originali di ispirazione cubista che Robert Delaunay dedico’ alla Ville Lumie’re nel 1926. E questo per sottollineare l’importanza straordinaria che Parigi\, capitale delle arti nei secoli XIX e XX\, ebbe anche per la nascita\, lo sviluppo e la diffusione internazionale del libro d’artista. \nCon libro d’artista o livre de peintre\, invenzione squisitamente francese\, si definisce una edizione per lo piu’ limitata nel numero delle copie che associa al testo opere di grafica originale appositamente realizzate dagli artisti\, che spesso furono i migliori pittori e scultori del momento\, nella loro libera unità di intenti con gli autori del testo stesso e su sollecitazione e cura di editori lungimiranti\, quali Vollard\, Skira\, Te’riade\, Kahnweiler\, Maeght\, Iliazd\, Lecuire e altri. \nDella collezione personale di Corrado Mingardi\, collaboratore della Fondazione Cariparma fin dall’origine\, sono stati esposti 100 libri d’artista che\, scelti per la loro importanza\, hanno permesso di ripercorrere per sommi capi la storia del genere\, e non solo: quasi tutte le grandi personalità e le correnti artistiche dei due secoli vi si trovano infatti rispecchiate. \nLa mostra offriva alcuni grandi libri dell’Ottocento illustrati da artisti come Euge’ne Delacroix per il Faust di Goethe\, Gustave Dore’ per Les contes drolatiques di Balzac e Londres\, Edouard Manet per Le Corbeau di Poe; e ancora Odilon Redon\, Edward Burne-Jones\, Audrey Beardsley\, Max Klinger. \nLa sezione dedicata al Novecento era introdotta da Paralle’lement di Verlaine\, illustrato da Pierre Bonnard nel 1900 che\, oltre ad inaugurare emblematicamente il nuovo secolo\, tenne a battesimo le edizioni di Ambroise Vollard e segno’ l’inizio del fervido impegno dei grandi artisti dell’Avanguardia nell’illustrazione del libro. Al capolavoro di Bonnard fanno seguito molti dei libri che sono entrati nella storia dell’editoria del Novecento. \nTra i numerosi artisti presenti con i loro volumi in mostra – molti dei quali a fogli sciolti\, e dunque esposti sulle pareti (oltre 300 pezzi)\, possiamo ricordare inoltre: Rodin\, Maillol\, Kokoschka\, Barlach\, Grosz (Ecce homo)\, Kandinsky (Klänge)\, Kirchner\, Rouault (tra cui Miserere e Pe’re Ubu)\, Chagall (Gogol\, La Fontaine\, Bible)\, Picasso ( Balzac\, Ovidio\, Buffon\, Sueno e mentira de Franco e Le chant des morts)\, Braque (Teogonia\, Satie e Apollinaire)\, Matisse (di cui vengono integralmente rappresentate le 20 tavole a colori di Jazz\, il capolavoro assoluto dell’artista insieme a Poe’sies di Mallarme’\, Pasifae’ e Charles d’Orleans)\, Le’ger (tra cui Cirque)\, Le Corbusier (Le poe’me de l’angle droit)\, Dufy (tra cui Le bestiaire di Apollinaire)\, Laurens\, Derain (Pantagruel)\, Delaunay\, Villon\, Beaudin\, Gončarova\, Kupka\, Alexeieff\, Schmied\, Cocteau\, De Chirico (Calligrammes e Mythologie)\, Ernst\, Miro\, Man Ray\, Masson\, Matta\, Depero\, D’Albissola (Libro di latta)\, Munari\, Calder\, Dubuffet\, Lanskoy\, Tal-Coat\, Fautrier\, Giacometti (Paris sans fin)\, Lichtenstein\, Warhol\, Dine\, Francis\, Rauschenberg\, Oldenburg\, Riopelle\, Annigoni\, Marino Marini\, Arturo Martini\, Campigli (Il Milione). De Pisis\, Sironi\, Carrà\, Manzu’ (Le Georgiche\, Edipo Re\, Il falso e vero verde)\, Maccari\, Guttuso\, Mattioli (quasi l’intera produzione)\, Melotti (Ezra Pound)\, Baj\, Manfredi\, Forti\, Tapies\, Alechinsky\, Tinguely\, Adami\, Valentini\, Paladino (Pinocchio ) e Isgro’. \nALLESTIMENTO MOSTRA
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SUMMARY:L'arte del Presepe napoletano
DESCRIPTION:Nell’occasione del Natale 2007 la Croce Rossa – Sezione Femminile di Parma\, in collaborazione con la Fondazione Cariparma\, ha proposto una mostra dedicata all’arte del Presepe Napoletano. \nNegli spazi espositivi di Palazzo Bossi Bocchi sono stati presentati circa 40 pezzi scelti di presepi realizzati dall’Associazione Amici del Presepe Napoletano. \nAffermatosi a Napoli nel Settecento durante il Regno di Carlo di Borbone\, questa particolarissima espressione d’arte che non può essere confinata nell’angusto territorio del “popolare” offre una sintesi per certi versi stupefacente delle tendenze culturali che si sviluppano a Napoli nell’età barocca fino al primo Ottocento. Forse più di tanta produzione figurativa “maggiore”\, il Presepe riflette in modo immediato e tangibile lo spirito di un’epoca\, con i suoi splendori e le sue miserie\, la sua forte presa sulla realtà e al tempo stesso il suo bisogno di evasione.Nella sua stagione più felice\, che dal Settecento si inoltra fino ai primi decenni del secolo successivo\, la rappresentazione plastica della Natività\, nelle chiese come nei palazzi\, si connota di toni spettacolari e profani. E come su un immenso palcoscenico\, che si rinnova anno dopo anno con trovate sceniche di sicuro effetto\, si anima la vita popolare. \nAncora oggi la tradizione artistica del Presepe è cara ai napoletani\, e non solo ad essi\, ricca com’è di implicazioni culturali e di costume\, ma anche sentimentali\, che attengono alle emozioni e ai ricordi di ognuno. \nLa mostra “l’Arte del Presepe Napoletano” ha inteso divulgare un patrimonio di tradizioni\, di cultura\, di tecniche artistiche specialistiche che si muovono sul solco della grande arte presepiale napoletana. Ha infatti presentato una ricca selezione di esemplari moderni realizzati da maestri artigiani che si muovono sul solco della tradizione antica contraddistinti da una notevole raffinatezza plastica e singolari capacità ritrattistiche. \nI maestri napoletani modellano la creta con sapienza e basta solo uno spunto visivo\, o un ricordo\, per plasmare testine\, animali\, ortaggi\, nature morte\, che vengono inserite in scenografie riprese dal passato e dal presente\, un modo per creare il nuovo ma con uno sguardo alla tradizione.L’ossatura delle scenografie è di legno compensato o multistrato di vario spessore\, tagliato e disposto secondo il progetto da realizzare. Il tutto è tenuto insieme ed assemblato da chiodi\, viti\, colla termoplastica e vinilica e ricoperto poi da sugheri di vari tipi\, sia a corteccia che a tavoletta. Stucco e segatura completano l’opera prima della dipintura con colori acrilici o tempere. Muschio\, sia sintetico che naturale\, rami d’albero\, tralci di vite\, tegoline in terracotta\, balaustre in ferro\, tintura di noce\, concludono il lavoro. \nLe “statuine” di misura inferiore ai 15 cm. sono interamente in terracotta. Quelle che vanno dai 18 ai 40 cm. di altezza hanno un’anima di filo di ferro cotto e intrecciato\, completamente rivestito da stoffa e ricoperto da stoppa fino al raggiungimento dello spessore voluto e ciò per dare un’impressione di naturalezza sia alla posizione che al portamento. Esse hanno testa di terracotta\, modellata a mano\, occhi di vetro o di ceramica\, arti in terracotta o in legno finemente intagliato. \nIl tutto è dipinto con colori ad olio\, acrilici o tempere\, dipendentemente dalla scelta dell’artista o dall’effetto che si vuole realizzare. \nGli abiti\, secondo lo stile che rispecchia il ‘700 e l’800 napoletano\, sono di stoffe che variano a seconda dei personaggi: di preziose sete dell’antica seteria di S. Leucio\, a tinta unita quelli della Sacra Famiglia e degli Angeli\, di seta cordonata e trapunta d’oro e d’argento quelli degli orientali\, dei nobili e dei contadini in abito da festa; di stoffe ben più “popolari” quali il fustagno\, il cotonaccio\, la juta\, la garza\, la pelle\, sono gli abiti dei “rustici”\, dei mendicanti\, dei venditori ambulanti. \nI bottoni sono ricoperti da fili di lana o di seta o anche fatti d’argento a seconda di quanto richiede il vestito; gli ornamenti sono in pietre naturali\, perle\, argento (oro?). Le passamanerie sono di raso\, di seta o di metallo dorato; i ricami sono eseguiti con fili di seta colorati; gli animali sono modellati in terracotta o scolpiti in legno con orecchie\, corna e coda di piombo\, gambe di legno.La grande varietà di accessori richiede i materiali più svariati: quelli in ferro sono stati intagliati in lamierini di diverso spessore ed assemblati a caldo; i cestini\, in rigoroso stile ‘700 napoletano\, sono realizzati con listelli di legno pregiato tipo castagno\, frassino\, betulla\, giunco\, midollino\, vimini e rafia. \nLa frutta e la verdura traslucide\, nonchè i formaggi\, sono plasmati a mano dopo la fusione di varie miscele di cera\, da quella vergine\, alla paraffina\, alla carnauba. Essi sono precolorati o dipinti\, dopo la modellatura \, con colori a olio. La frutta e la verdura di maggiore consistenza sono modellate in terracotta\, poi dipinte a tempera\, ad oli o in acrilico. Piatti\, bicchieri\, orci\, vasi\, zuppiere\, piastrelle… sono realizzati in terracotta\, terraglia\, maiolica\, porcellana o vetro. \nGli strumenti musicali sono in legno pregiato; l’oggettistica di lusso in argento cesellato\, legno intarsiato e non\, madreperla\, tartaruga\, acciaio.
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SUMMARY:Piero Furlotti\, grafico e pittore
DESCRIPTION:Parma e Noceto celebrano Piero Furlotti (1906 – 1971)\, protagonista del Novecento pittorico parmense accanto a maestri come Latino Barilli\, Paolo Baratta e Daniele de Strobel con una personale di cento opere\, allestita a Palazzo Bossi Bocchi\, sede museale della Fondazione Cariparma\, dal 27 ottobre al 22 novembre 2007. \nLa mostra\, curata da Francesco Barocelli\, e realizzata grazie alla collezione privata messa a disposizione dalla famiglia\, è stata promossa dalla Fondazione Cariparma\, in collaborazione con il Comune di Noceto e l’Istituto Statale d’Arte “Paolo Toschi”. \nLa mostra ha ripercorso l’intero percorso pittorico dell’artista nocetano attraverso una selezione di 40 olii\, 40 tempere\, 10 opere di grafica e 10 tra illustrazioni e lettere tratte dal carteggio inedito con Renzo Pezzani. \nPiero Furlotti nasce a Noceto il 18 febbraio 1906 da una famiglia di decoratori e freschisti attiva nelle ville\, nei palazzi e nelle chiese del Parmense. Collabora fin dai primi anni all’attività del padre Torquato e del fratello Bruno nel lavoro di bottega\, apprendendone i segreti e sperimentandosi nella pittura murale così come nella tecnica della riproduzione pittorica. Diplomatosi all’istituto d’arte Paolo Toschi di Parma nel 1924\, sotto gli insegnamenti di Guido Marussig\, si trova a compiere le prime esperienze professionali di una certa importanza nel settore dell’illustrazione per libri e riviste (Scuola del Libro di Milano\, “Radiocorriere”\, SEI\, Paravia\, Edizioni il Verdone ecc.) insegnando per un certo periodo\, nel 1926\, alla Scuola del Libro di Milano\, dove era stato chiamato dall’amico e conterraneo Atanasio Soldati. Seguono anni di ulteriore impegno nella illustrazione e nella grafica a seguito del prolungato sodalizio con il poeta Renzo Pezzani\, che lo coinvolge nella produzione di libri illustrati per l’infanzia. A ciò si associa più tardi\, con la Liberazione\, una rinnovata volontà sul fronte della promozione culturale\, che si accompagna anche a una attiva partecipazione alle battaglie sociali. \nÈ la fase in cui il suo attento amore per la pittura monumentale e di forte evocazione storica entra in consonanza con le questioni di ordine più squisitamente sociale e con un impegno diretto nella politica in virtù del ruolo di Sindaco socialista di Noceto\, ricoperto dal 1951 al 1955.È in questo clima che egli partecipa ai rinati concorsi per la promozione delle arti\, quello verdiano di scenografia a livello nazionale del 1951 per le scene di Macbeth\, dove si classifica secondo e quello per la grafica indetto dalla “Mostra delle conserve” nel 1954. \nUn progressivo distacco dall’attività politica e una recuperata tranquillità gli consentirono di dedicare l’ultimo periodo della sua produzione a una rinnovata fase di ricerca pittorica\, dove lo studio delle tecniche diversificate permetteva di conseguire nuovi traguardi nella pittura su tela\, soprattutto di paesaggio\, giocata soprattutto en plein air\, e ancora nella decorazione a fresco e a tempera su muro. Dopo una ricca esperienza di insegnamento\, nell’ambito del mondo della scuola che egli collabora a rilanciare a Noceto negli anni quaranta\, e una attiva applicazione come ordinario di scenotecnica all’istituto Toschi di Parma\, muore il 3 gennaio 1971.
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SUMMARY:L’Opera di Parmigianino incisore
DESCRIPTION:Un unicum al mondo ed intorno ad esso\, in mostra\, l’intera produzione incisoria di Francesco Mazzola detto il Parmigianino. \nUn progetto proposto dalla Fondazione Cariparma che nella sua sede di Palazzo Bossi Bocchi\, dal 25 giugno al 15 luglio 2007 ha esposto tutta “L’opera di Parmigianino incisore” . \nL’unicum è stato dato dal ritrovato grande foglio (mm 382 x 558) che reca l’imprimitura di ben otto soggetti diversi per mano di Parmigianino\, ora di proprietà della Fondazione Cariparma. Sulla carta pesante vergata\, con filigrana leggibile non identificata ma simile ad altre prodotte in Italia nei primi decenni del XVI secolo\, sono impresse le incisioni dedicate a: Giuditta\, La Malinconia\, La Natività\, Giovane seduto e due vecchi\, San Giacomo Maggiore\, L’Annunciazione\, II giovane pastore\, La Vergine col Bambino. \nSe si tiene conto che l’opera incisa da Parmigianino è composta da soli sedici soggetti\, questo foglio contiene in sostanza la metà della sua produzione grafica. Quello che più è importante è che il foglio rappresenta un eccezionale documento sul luogo dove Parmigianino si è cimentato a sperimentare l’incisione all’acquaforte: Roma. Prima infatti del ritrovamento di questo foglio si pensava che Parmigianino avesse inciso a Roma\, Bologna\, Parma e Casalmaggiore. \nSecondo il professor Grasso Fravegna “ci troviamo di fronte a qualcosa che\, nel mondo della grafica\, possiede aspetti e valori inusitati”. “documento pertanto unico nel suo genere e di enorme valenza estetica\, storica e documentaria”. \nDa qui l’idea di presentare l’eccezionale acquisizione voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio\, all’interno di una esposizione relativa all’intera arte incisoria del Parmigianino. Così grazie alla collaborazione di Emilio Mistrali\, antiquario collezionista ed esperto sul tema\, alla disponibilità di importanti collezionisti privati e della Biblioteca Palatina\, è stato possibile riunire tutti i soggetti incisi dal Mazzola. \nSi tratta dei 2 presi da opere di Raffaello: I Santi Pietro e Giovanni guariscono i malati alle porte del tempio e L’Amor dormiente (particolare di un disegno di Raffaello); e dei 14 incisi su idea propria: L’Annunciazione (contenuta nel Foglio Fondazione)\, San Filippo\, La Vergine col Bambino\, (contenuta nel Foglio Fondazione)\, Giuditta (contenuta nel Foglio Fondazione)\, Il pastorello in piedi (contenuta nel Foglio Fondazione)\, I due amanti\, Malinconia (contenuta nel Foglio Fondazione)\, La sepoltura di Gesù 1^versione\, Giovane seduto e due vecchi (contenuta nel Foglio Fondazione)\, La sepoltura di Gesù 2^versione\, San Giacomo Maggiore (contenuta nel Foglio Fondazione)\, L’Astrologia\, La Natività (contenuta nel Foglio Fondazione)\, La Resurrezione. \nL’artista fu tra i primi che nel XVI secolo utilizzarono la tecnica dell’acquaforte per produzioni a stampa: fino ad allora infatti i grandi maestri incisori utilizzavano la xilografia o il bulino (incisione di una tavola di legno o incisione della lastra di metallo direttamente tramite una punta\, il bulino appunto). La tecnica dell’acquaforte invece\, utilizzata fino ad allora per incidere su armi ed armature\, prevede la possibilità di realizzare il disegno direttamente sulla cera che copre la lastra di metallo che viene poi immersa in un acido (acqua forte) che corrode il metallo solo dove la cera è stata tolta per realizzare il disegno; una tecnica molto veloce e plasmabile quindi\, in cui Parmigianino\, noto per il suo animo sperimentatore\, si cimentò con passione. \nParmigianino probabilmente si dedica all’incisione solo nel suo periodo romano; il fatto che si cimenti direttamente all’incisione all’acquaforte è dovuto all’intuizione che disegnare su carta o incidere direttamente sulla lastra di metallo preparata con questa tecnica\, richiede gli stessi tempi e si ottiene la stessa freschezza del disegno\, cosa impossibile con il bulino. Francesco Mazzola anche in questo caso mostra la sua grande genialità. \nConsiderando la rarità di ogni singola acquaforte e ritrovandosi nelle collezioni e sul mercato antiquario tirature spesso deboli e con difetti dovuti all’usura della matrice per la leggerezza del tratto\, sono stati maggiormente apprezzati nel tempo autori ed incisioni di livello e qualità artistica non paragonabili alla levatura di Parmigianino. \nIl Foglio acquisito dalla Fondazione si presenta\, invece\, omogeneo e argenteo nell’inchiostratura di ogni soggetto\, in ottimo stato di conservazione. Per le caratteristiche qui analizzate e tenuto conto che nessun museo al mondo possiede l’intera opera incisa di Parmigianino questo esemplare è prezioso e di estrema rarità. \nEsso costituisce una delle pagine più importanti di un album\, ormai incompleto\, apparso sul mercato antiquario con il titolo “Speculum Romanae Magnificentiae” composto a Roma nel 1575 a cura di Antonio Lafreri (1512-1577) contenente fogli di diversi incisori del Cinquecento. \nL’editore e collezionista Lafreri\, per essere lui stesso incisore\, sapeva riconoscere la qualità e perfezione del tratto incisorio e quindi selezionare i fogli migliori per tecnica esecutiva e scelta dei soggetti. Non gli sfuggì pertanto\, questo foglio ad acquaforte con aggiunte a bulino e punta secca\, incentrato su otto soggetti raccolti sullo stesso supporto di dimensioni notevoli. Le incisioni\, ritenute autografe del Parmigianino\, e cioè da lui stesso eseguite in disegno e all’acquaforte erano\, secondo la critica antica\, solo dodici\, per i più restrittivi solo sei\, oggi gliene vengono assegnate sedici. \nL’opera di Parmigianino incisore. Parma\, Palazzo Bocchi Bossi (Strada al Ponte Caprazzucca\, 4 43100 Parma) dal 25 giugno al 15 luglio 2007.
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SUMMARY:La musica segreta del Maestro
DESCRIPTION:Uno straordinario insieme di opere a testimonianza di una grande passione: a Parma dal 15 aprile 2007 (inaugurazione sabato 14 alle ore 17.00) presso Palazzo Bossi Bocchi\, sede della Fondazione Cariparma\, sarà possibile conoscere da vicino la collezione d’arte di Arturo Toscanini\, quella “musica segreta” fatta di dipinti\, sculture\, ceramiche\, vetri\, incisioni e disegni che il grande Direttore ha raccolto negli anni. \nDedicata a sviluppare un aspetto della personalità di Toscanini\, la mostra “La musica segreta del Maestro. La collezione d’arte di Arturo Toscanini”\, curata da Renato Miracco con la Fondazione Mazzotta\, ideatrice del progetto\, offre 54 opere\, ovvero il nucleo più significativo della collezione del Maestro\, che grazie alla disponibilità del nipote Walfredo Toscanini\, saranno visitabili\, dopo New York (nella sede della New York Philarmonic)\, nella città che gli diede i natali. \nLa mostra\, promossa dalla Provincia di Parma con il sostegno della Fondazione Cariparma e la collaborazione della Regione Emilia Romagna\, si inserisce all’interno del ricco programma di eventi artistici e culturali realizzati dal Comitato Celebrazioni Arturo Toscanini di Parma finalizzati a ricordare il Maestro esplorandone la vita\, l’opera\, la personalità complessa e affascinante. \nPer la prima volta verrà inoltre esposto a Parma un album fotografico\,  recentemente acquistato dalla Fondazione Cariparma\, realizzato da Luigi Vaghi in occasione delle celebrazioni per la “Commemorazione del 25° Anniversario della morte di Giuseppe Verdi” avvenute a Busseto con l’allestimento del Falstaff nel 1926. \nL’album è composto da 10 fotografie di cui una con l’autografo originale di Arturo Toscanini con il gessetto bianco e un’altra rappresentante Toscanini e tutti gli interpreti del Falstaff davanti alla Casa Natale di Verdi a Roncole di Busseto\, autografata da tutti. Le altre foto presenti rappresentano la scenografia. \n “Toscanini rappresenta la parmigianità in senso nuovo – ha spiegato Carlo Gabbi Presidente della Fondazione Cariparma\, istituzione impegnata nel sostegno alla mostra e che ha contribuito anche al restauro della casa natale di Toscanini – mentre celebriamo il suo ricordo a cinquantenni dalla morte non potevamo non contribuire a far conoscere\, soprattutto alle giovani generazioni uno degli aspetti più importanti della vita del Maestro come la sua passione per l’arte.” \nCome accennato\, la mostra presenta 54 opere (tra dipinti\, sculture\, ceramiche\, vetri\, incisioni e disegni) realizzate tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento italiano. La collezione è parte dell’eredità di Walfredo Toscanini\, nipote del Maestro\, che ha deciso di presentare queste opere in Italia in occasione del cinquantesimo anniversario. \nI quadri di Vittore Grubicy De Dragon (Milano 1851-1920) invece sono di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Livorno che recentemente le ha acquistate dagli eredi Toscanini con l’intento di ricomporre il nucleo fondamentale di opere provenienti dall’eredità del grande critico e mercante di cui Toscanini e Benvenuto Benvenuti (pittore livornese divisionista discepolo di Grubicy) furono gli esecutori testamentari. \nLa mostra evidenzia la grande passione di Toscanini per le Arti in generale e per le Arti plastiche e figurative in particolare attraverso uno straordinario “corpus” di opere che dimostrano\, anche in questo caso\, la sua grande sensibilità. \nLa rassegna ha avuto una prestigiosa première all’Avery Fisher Hall di New York\, sede della New York Philarmonic\, per iniziativa del Ministero degli Affari Esteri italiano e verrà trasferita dopo la tappa di Parma a Livorno. \nIl catalogo contiene saggi di Harvey Sachs (biografo di Toscanini)\, di Renato Miracco (curatore del progetto)\, di Walfredo Toscanini (che ha scritto una breve memoria sul nonno) e di Paola Pettenella e Francesca Velardita del Mart (cha hanno scritto sui ritrovamenti e sulla corrispondenza tra Toscanini e Grubicy). All’interno del volume sono riprodotti i documenti e le lettere messi a disposizione dalla Casa Ricordi e da Walfredo Toscanini\, oltre alle lettere rintracciate all’interno dell’Archivio Grubicy\, ora di proprietà del Mart di Rovereto. \nLa “passione” del Maestro \nDalla testimonianza del figlio Walter e del nipote Walfredo (come si legge anche nel catalogo della mostra) sappiamo che tutti i dipinti erano posti sui muri di casa quasi a formare una partitura musicale. «Una moltitudine di dipinti appesi dappertutto accompagna i miei primi ricordi della casa del nonno in via Durini\, a Milano. A cominciare dall’ingresso e dallo studio dove il busto di Verdi di Vincenzo Gemito mi guardava dall’alto\, fino al soggiorno dove i ritratti della nonna e del nonno\, eseguiti da Giacomo Grosso\, erano appesi di fronte al camino\, e al salotto dove erano esposti dipinti più grandi\, per lo più paesaggi\, e un’enorme tela di Telemaco Signorini che oggi s’intitola La toilette del mattino ambientata in un salone (che poi da grande scoprii essere una casa di malaffare). Ma la concentrazione più sorprendente si trovava in un ampio corridoio che dal soggiorno portava in cucina\, e lì i quadri\, illuminati dalla luce naturale\, erano appesi a circa un metro dal pavimento fino al soffitto\, in file verticali\, ricoprendo interamente le pareti».\nToscanini aveva scelto come adviser Vittore Grubicy de Dragon\, critico\, pittore\, padre del Divisionismo italiano e mentore di moltissimi artisti della “nuova scuola”\, quali Segantini\, Fattori\, Boldini ecc. \nPer il Maestro il quadro suggeriva uno stato d’animo\, un sentimento\, una musica\, una sinfonia. Di qui l’estremo rigore non scolastico\, non didattico\, ma emotivo della collezione che attraversa le correnti più all’“avanguardia” della seconda metà dell’Ottocento: dalla Scuola dei Macchiaioli\, al Divisionismo\, dalla Scapigliatura alla scuola di Posillipo. Tra gli artisti presenti in mostra ricordiamo: Vittore Grubicy de Dragon\, Giovanni Boldini\, Giovanni Fattori\, Silvestro Lega\, Gaetano Previati\, Antonio Fontanesi\, Gerolamo Induno\, Vincenzo Gemito\, ma anche Umberto Boccioni di cui in mostra sarà esposto un bellissimo Autoritratto del 1908. \nToscanini collezionava opere pittoriche e nutriva un amore particolare proprio per i lavori di Grubicy\, che sono per lui «musica misteriosa [che] va insinuandosi a poco a poco! Musica leggera\, inafferrabile\, eppur così calda d’armonia! Ma ci vuole l’anima non le orecchie per sentirla» (lettera di Arturo Toscanini a Vittore Grubicy del 19 maggio 1915). Grubicy diventa per Toscanini un consigliere attento e raffinato\, capace di indicargli le opere e gli artisti più interessanti presenti sul mercato\, di aiutarlo a portare a termine gli acquisti\, di seguire spedizioni e consegne\, di scegliere le cornici delle opere. \nOgni quadro è accompagnato da una storia\, o una dedica\, che il visitatore può leggere in mostra o sul catalogo edito Mazzotta\, per comprendere  meglio il legame tra Toscanini e l’opera o l’artista che l’ha realizzata. \nArturo Toscanini (Parma\, 25 marzo 1867 – New York\, 16 gennaio 1957) fu il più influente direttore d’orchestra del Novecento. Impresse una svolta decisiva all’interpretazione non soltanto musico-orchestrale ma anche lirico-teatrale nella sua totalità. Iniziò la carriera quando Verdi stava ancora componendo l’Otello e la concluse nell’èra dei concerti televisivi e della stereofonia. Diresse le prime mondiali di opere quali I pagliacci di Leoncavallo e La bohème\, La fanciulla del West e Turandot di Puccini; guidò il Teatro alla Scala (1898-1903\, 1906-08\, 1921-29)\, il Metropolitan di New York (1908-15)\, la Filarmonica di New York (1926-36) e l’Orchestra sinfonica della NBC americana (1937-54)\, nonché\, come ospite\, la maggior parte delle altre orchestre più importanti di tutto il mondo. Il suo orecchio acutissimo e la sua memoria fotografica\, il terrificante rigore e l’incontenibile energia contribuirono a elevare il livello dell’esecuzione musicale ai due lati dell’Atlantico. \nCon la sua frenetica attività\, condotta sempre ai massimi livelli in uno sterminato repertorio che non badava a frontiere nazionali\, Toscanini non solo contribuì come pochi altri a plasmare la vita musicale del ventesimo secolo: fu anche un protagonista delle vicende del suo tempo. Il suo antifascismo\, che portò nel 1931 al discusso episodio dello schiaffo bolognese\, lo spinse a un lungo esilio\, prima artistico e poi anche fisico\, dalla sua amata patria\, interrotto solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. L’opposizione al nazismo lo spinse ad abbandonare il Festival di Bayreuth (dove era stato il primo musicista non di scuola tedesca a dirigere) nel 1933 e quello di Salisburgo nel 1938; sostenne invece\, a proprie spese\, un’orchestra di profughi ebrei scappati in Palestina (oggi il complesso si chiama la Filarmonica d’Israele) e un nuovo festival a Lucerna (oggi uno dei più importanti del mondo). \nDiresse per l’ultima volta nel 1954\, all’età di ottantasette anni\, e morì poche settimane prima del suo novantesimo compleanno.
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SUMMARY:Te Amo. Immagini del Giardino di Parma
DESCRIPTION:Uno dei meglio conservati “monumenti verdi” del Settecento europeo\, il Parco Ducale di Parma\, è stato l’oggetto dell’esplorazione visiva di Carlo Gardini\, fotografo parmigiano contemporaneo\, che ne ha interpretato scorci\, luci\, luoghi\, “colori” attraverso una suggestiva stampa in bianco e nero\, in mostra a Palazzo Bossi Bocchi\, dall’8 al 30 aprile 2006\, a cura della Fondazione Cariparma. \nA cinque anni dall’inaugurazione del restauro al Giardino finanziato dalla Fondazione stessa\, sono state presentate quarantasei fotografie digitali di grande formato\, stampate con pigmenti di carbone su cartoncino di cotone purissimo\, distribuite in quattro sale espositive. \nIl risultato è uno sguardo inedito e sorprendente\, che esalta le alterne sfumature delle stagioni\, i grandiosi spazi di Petitot\, le raffinate composizioni di Boudard\, ma racconta anche della vita di oggi: animali\, fruitori occasionali\, visitatori assidui\, attività lavorative. \nLa mostra – a ideale corollario – offriva anche\, attraverso quattro secoli di rappresentazioni riproducibili del Giardino Ducale\, una sorta di “corridoio del tempo” lungo il quale si potevano ammirare i principali episodi di riproduzione monocromatica del Giardino stesso\, grazie a pezzi scelti dalle Raccolte d’Arte della Fondazione Cariparma. \nApriva il percorso il Settecento\, con le preziose incisioni del celebre libro bodoniano Descrizione delle feste…\, stampato nel 1769 in occasione delle nozze di Don Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Austria. Ben tre diversi eventi spettacolari furono offerti agli ospiti stranieri e alla corte in altrettanti spazi disegnati da Petitot: l’Anfiteatro del torneo cavalleresco\, la fiera cinese e il boschetto d’Arcadia\, con il tempietto in rovina\, tutti riprodotti in stampe firmate dai principali incisori dell’epoca. \nA seguire le litografie celebrative dei Monumenti e munificenze di Maria Luigia\, del 1842\, sette delle quali dedicate al Giardino\, con il palazzo\, la peschiera e l’aranciaia. \nA raccontare l’uso ormai pubblico del Giardino nei primi trent’anni del Novecento\, è stata una presentazione multimediale della raccolta di cartoline d’epoca recentemente acquisita dalla Fondazione: con la “fotografia che viaggia” si diffusero per posta le strutture effimere allestite nel 1913 per il Centenario della nascita di Giuseppe Verdi\, le immagini delle attrezzature e delle attività militari\, l’aspetto dei frequentatori con i loro svariati modi di divertirsi e di vivere il Giardino.
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SUMMARY:Napoleone & Bodoni
DESCRIPTION:Napoleone e Bodoni\, ovvero l’Imperatore e il Principe dei tipografi\, entrambi protagonisti della  mostra che la Fondazione Cariparma e il Museo Bodoniano propongono dal 16 dicembre 2005 al 12 febbraio 2006\, nella sede-museo della Fondazione di Palazzo Bossi Bocchi. \nL’occasione è offerta dal secondo centenario (1805 – 2005) della visita di Napoleone a Parma. \nLa mostra\, curata da Leonardo Farinelli\, Giovanni Godi\, Francesca Magri\, Corrado Mingardi e Caterina Silva\, più che un omaggio all’Imperatore dei Francesi lo è nei confronti di Giambattista Bodoni\, saluzzese di origine\, romano di formazione\, chiamato a Parma nel 1768 da Ferdinando di Borbone e qui rimasto per 45 anni\, sino alla morte. \nBodoni assomma in se svariate competenze e in ognuna eccelle: tipografo\, disegnatore-incisore di caratteri ed editore\, capace di trattare in proprio con sovrani\, letterati e collezionisti bibliofili. \nPer la sua grande fama\, la sua morte venne segnalata alla Città dal suono della campana maggiore del Duomo\, annuncio di norma riservato ai nobili. \nBodoni giunge Parma nel 1768\, dopo la sua formazione romana presso la tipografia di Propaganda Fide\, dove venivano stampate le edizioni poliglotte per le missioni\, con il compito di istituire e dirigere la Stamperia del Governo ducale. Accanto ai materiali “di cancelleria”\, alle grida\, ai proclami ed agli avvisi ufficiali\, i torchi ducali cominciano a produrre opere a stampa che vengono notate e presto contese dai bibliofili di mezzo modo. \nBodoni collabora con intellettuali e incisori raffinati\, in una sua personale ricerca del bello assoluto. \nE’ il 1771 quando inizia a creare il suo personale carattere\, “Il Bodoni” appunto\, che da allora contraddistinguerà le sue opere a stampa. Non tralascia comunque l’altra sua grande passione\, quella per i caratteri orientali che gli consentissero di stampare in tutte le lingue del mondo. Accanto alla Stamperia\, Bodoni ha una fonderia di caratteri che vengono acquistati dalle stamperie di ogni parte d’Europa. \nNel frattempo aveva ottenuto dal Duca aprire\, accanto a quella ufficiale\, una propria privata tipografia\, da cui uscirono le monumentali edizioni\, destinate ad un pubblico internazionale\, dei classici latini greci e italiani che diffonderanno la sua fama in ogni paese. Arrivarono presto gli onori\, come la nomina a Tipografo di Camera di Carlo III di Spagna e poi di Carlo IV. Le sue edizioni sono spesso dedicate ai papi e ai sovrani e la sua tipografia diviene meta di tutti i visitatori del Grand Tour che passano da Parma. \nCon l’arrivo dei francesi nel 1796-97 e l’annessione del Ducato nel 1804 direttamente alla Francia\, a Bodoni non mancarono prestigiose protezioni e commissioni da parte della nuova aristocrazia napoleonica. Furono l’occasione per intraprendere pubblicazioni di grande impegno tipografico come l’Inno a Cerere di Omero con dedica a Francesco Melzi d’Eril (1805) vicepresidente della Repubblica Italiana; Il Bardo della Selva Nera del Monti dedicato a Napoleone (1806) e\, nello stesso anno\, la Descrizione del Foro Bonaparte progettato da Antolini. L’Oratio Dominica dedicata al viceré Eugenio Beauharnais\, presenta il Padre Nostro in 155 lingue esibendo i caratteri di ogni lingua del mondo; suo capolavoro assoluto è l’Iliade greca (1808) in tre volumi amplissimi con dedica a Napoleone\, monumento tipografico inarrivabile. Per la nascita del Re di Roma\, Bodoni stampò il Cimelio tipografico pittorico offerto agli Augustissimi Genitori in cui i 40 Scherzi poetici di Giovanni Gherardo de Rossi sono stampati in quaranta differenti caratteri entro uguale spazio\, vero tour de force tipografico. A questi insuperati monumenti tipografici si aggiunsero le ultime fatiche\, i classici francesi per l’istruzione del figlio del re di Napoli Gioacchino Murat (Fénelon nel 1812\, Racine nel 1813\, e La Fontaine e Boileau portati a termine dalla vedova nel 1814) e il Manuale Tipografico che è il campionario completo di tutti i suoi caratteri. \nPoter contare su Bodoni era\, diremmo oggi\, uno status symbol. Per assicurarsi i suoi servigi\, nel 1793 Carlo IV gli offre una pensione annua di seimila reali. Nel 1803 l’Anzianato di Parma gli conferisce la cittadinanza onoraria e viene coniata una medaglia in suo onore. Nel 1806 si aggiudica la medaglia d’oro del primo premio all’Esposizione di Parigi\, dove aveva inviato quattordici sue edizioni. Nel 1807 viene esentato dal pagamento delle imposte come “sommo artista”. Nel 1808 riceve una pensione vitalizia da Murat e nel 1810 un’altra da Napoleone “in considerazione dei progressi che egli ha fatto fare all’arte tipografica”. Nel 1812 viene decorato con l’ordine Imperiale della Réunion. \nA distanza di due secoli\, Bodoni continua a restare un mito inarrivabile. Le sue edizioni sono rare e quando ne compare una sul mercato antiquario internazionale\, viene contesa dai collezionisti a cifre molto alte. \nParma ne raccoglie un migliaio\, alcune uniche e rarissime in seta o pergamena\, nel Museo dedicato al Tipografo. Oltre alle celebri edizioni\, il Museo Bodoniano custodisce 12 mila lettere ovvero quasi l’intera corrispondenza tra il Tipografo e i suoi committenti ed estimatori\, migliaia di punzoni matrici oltre a molti attrezzi della sua stamperia. \nDa questa immensa “miniera” escono molti dei pezzi scelti per la mostra di Palazzo Bossi Bocchi\, integrati da prestiti di altri musei e istituzioni (Museo Glauco Lombardi\, Galleria Nazionale\, Archivio Comunale e Archivio di Stato di Parma) e di importanti collezionisti privati. \nL’esposizione presenta tutte le edizioni napoleoniche realizzate dal Bodoni\, ovvero tre diversi tipi di pubblicazioni: quelle dedicate a Napoleone ed alla sua famiglia da Bodoni stesso\, quelle ugualmente dedicate ma da lui stampate su commissione di terzi ed infine i fogli volanti (celebrativi di vittorie\, nozze e nascite) e i bandi governativi o comunali usciti dalla Tipografia Imperiale. \nLa preziosa produzione bodoniana viene presentata entro una ricca cornice iconografica costituita da ritratti scultorei\, dipinti ed incisi raffiguranti\, oltre il Tipografo e l’Imperatore\, membri della famiglia Bonaparte e rappresentanti del governo francese. \nALLESTIMENTO DELLA MOSTRABiografia di Giambattista Bodoni\nGli esordi: Piemonte 1740 – 1757 \nIl periodo romano: 1758 – 1766 \nParma e la Stamperia Ducale: 1768- 1790 \nLa stamperia privata: gli anni ’90 \nBodoni e il governo francese: 1796-1812 \nLa morte: 1813 \nRiconoscimenti \nGli esordi: Piemonte 1740-1757 \nBodoni fu tipografo nel senso più ampio del termine\, perché stampatore\, disegnatore\, incisore e fonditore di caratteri con risultati di eccellenza formale sempre esemplari. Nato il 26 febbraio 1740 a Saluzzo (Cuneo) da famiglia di tipografi\, compie nella città natale gli studi di “umanità” e nell’officina del padre\, Francesco Agostino\, le prime esperienze professionali\, proseguendo poi a Torino la sua formazione. \nIl periodo romano: 1758 – 1766 \nDesideroso di perfezionarsi a Roma\, parte da Saluzzo il 15 febbraio 1768. A Roma è impiegato presso la Stamperia della Congregazione di Propaganda Fide\, prima come compositore di opere “esotiche” quindi nel delicato compito di riordinare le serie di punzoni per caratteri orientali che Sisto V aveva fatto incidere ai rinomati Garamond e Le Bè. Questo periodo risulta decisivo per l’orientamento di Bodoni quale incisore di caratteri e per il suo interessamento agli alfabeti orientali\, lingue delle quali apprende i rudimenti frequentando il Collegio della Sapienza. Lasciata Roma nel 1766 col proposito di recarsi a Londra\, è invece costretto da motivi di salute a trattenersi a Saluzzo. \nParma e la Stamperia Ducale: 1768- 1790  \nNel febbraio del 1768 viene chiamato dal Duca Ferdinando di Borbone a Parma\, per impiantarvi e dirigervi la governativa Stamperia Reale\, di cui resterà alla direzione per il resto della vita. Bodoni cura la costruzione dei torchi e degli altri utensili: in pochi mesi la Stamperia\, collocata nel Palazzo della Pilotta\, così come gli alloggi privati del tipografo\, è pronta per l’avvio ufficiale. Inizia subito la collaborazione con l’architetto Petitot e l’incisore Benigno Bossi per la stampa di edizioni celebrative dei fasti del Ducato quali l’Ara Amicitiae in memoria della visita dell’imperatore Giuseppe II e la Descrizione delle feste… per le nozze del Duca Ferdinando con Maria Amalia d’Austria\, il più splendido libro italiano di feste adorno di 70 fra tavole fuori testo\, capilettera\, testate e finalini; entrambe le opere sono del 1769. Le pubblicazioni dei primi anni di attività sono realizzate utilizzando caratteri provenienti dalla Francia\, ma già a partire dal 1771 Bodoni inizia il disegno e la produzione dei propri caratteri (di questo stesso anno è il primo saggio tipografico\, Fregi e Majuscole incise e fuse da Giambattista Bodoni Direttore della Stamperia Reale)\, coadiuvato dai collaboratori\, primo fra tutti il fratello Giuseppe chiamato a Parma per sovrintendere alla fonderia. Collaborazione estremamente fruttuosa è quella tra Bodoni e l’orientalista Gian Bernardo De Rossi per varie pubblicazioni poliglotte\, culminate negli Epithalamia exoticis linguis reddita (1775)\, un grande in-folio encomiastico per le nozze del principe di Piemonte\, che esibisce testi in ventisei lingue orientali; si orna di centotrentanove rami allegorici e ornamentali e costituisce uno dei suoi primi campioni di caratteri esotici. La passione per il disegno e l’incisione di caratteri orientali resterà in lui duratura fin oltre il Pater Noster (Oratio Dominica) del 1806\, stampato in 155 lingue diverse. Si susseguono numerose edizioni che impongono i torchi parmensi all’attenzione dei letterati\, dei bibliofili e dei viaggiatori del Grand Tour che in città fanno sosta per ammirare le pitture del Correggio e per visitare la tipografia bodoniana. Nell’occasione delle visite di sovrani\, Bodoni stampa in loro onore omaggi tipografici quali l’Essai de caractère Russes del 1782 per lo zarevic Paolo\, figlio della Grande Caterina\, e Upomnema Parmense in adventu Gustavi III per il re di Svezia (1784). Inoltre fanno la fama di Bodoni in quei primi decenni Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista tradotti da Annibal Caro (1786)\, l’Aminta del Tasso (1789)\, diversi classici greci\, l’Aristodemo (1786) e i Versi (1787) del Monti\, le Poesie campestri del Pindemonte. Lo studio della forma delle lettere alfabetiche diviene oggetto esclusivo di presentazione nei “manuali”\, ossia i campioni di caratteri che Bodoni andava via via allestendo e perfezionando dal 1771. Sono del 1788 il primo Manuale tipografico con cento alfabeti tondi latini\, cinquanta corsivi e ventotto greci e la Serie di majuscole e carattericancellereschi\, strepitosa esaltazione\, al limite dell’astrazione\, dei suoi alfabeti. L’impronta severa\, neoclassica delle lettere\, connotata dal netto contrasto tra lo spessore delle aste e la sottigliezza dei filetti e delle grazie; la nuda\, epigrafica composizione dei frontespizi e delle dediche; l’arioso giusto rapporto tra testo e immagini\, fra riga e riga\, fra chiari e scuri fanno della pagina bodoniana un prodigio di armonia e leggibilità. \nLa stamperia privata: gli anni ’90  \nNel 1791 Bodoni ottiene dal Duca il permesso di aprire una privata stamperia da cui uscirono in seguito tutti i capolavori della sua produzione\, restando la Tipografia Reale impegnata in stampe di minor importanza e di ordinaria necessità governativa. L’officina privata di Bodoni impiegò non più di dodici lavoranti\, tra compositori e torcolieri\, mentre la Stamperia Reale circa una ventina. Lo stesso anno sposa Margherita Dall’Aglio\, che gli sarà amorevolmente accanto tanto nella vita privata\, assistendolo negli innumerevoli problemi di salute\, che sul lavoro\, aiutandolo con la copiosissima corrispondenza e proseguendo l’attività della tipografia dopo la sua morte. Il 1791 è particolarmente produttivo: stampa The Castle of Otranto del Walpole\, per conto del libraio londinese Edwards\, le Odi del Parini e da quest’anno iniziano ad uscire dai torchi della Stamperia Bodoni le splendide edizioni patrocinate da Nicolas de Azara: i sontuosi in-folio di Orazio (Q.Horatii Flacci Opera\, 1791)\, di Virgilio (P. Virgilii Maronis Opera\, 1793) e degli elegiaci latini (Catulli\, Tibulli\, Propertii Opera\, 1794). Il loro sodalizio era iniziato anni prima con la stampa delle Opere di Antonio Raffaello Mengs (1780)\, cui seguono edizioni di Anacreonte in vari formati (1784-85-91) dedicate proprio al ministro spagnolo. Le edizioni per il de Azara\, così come quelle sontuosissime di Tasso (La Gerusalemme Liberata\, (1794)\, Dante (1795)\, Petrarca (1797)\, Callimaco (1792)\, la Britannia di Lord Hampden (1792)\, il De Imitatione Christi (1793)\, i Poems di Gray e altre di quegli ultimi anni di Ancien Régime\, raggiungono l’assoluta purezza e nudità tipografica\, perseguita con l’eliminazione di ogni fregio e figura. L’eliminazione delle incisioni decorative non esclude però la presenza di illustrazioni: ne è un esempio mirabile il volume delle Pitture di Antonio Allegri… nel Monistero di San Paolo (1800)\, con le magnifiche tavole a sanguigna incise da Francesco Rosaspina\, che fecero conoscere per la prima volta il capolavoro del Correggio rimasto nascosto fino ad allora. \nBodoni e il governo francese: 1796-1812  \nCon l’arrivo dei francesi nel 1796-97 e l’annessione del ducato nel 1802 direttamente alla Francia\, a Bodoni non mancarono prestigiose protezioni e commissioni da parte della nuova aristocrazia napoleonica. Furono l’occasione per intraprendere pubblicazioni di grande impegno tipografico come l’Innoa Cerere di Omero con dedica a Francesco Melzi d’Eril (1805); Il Bardo della Selva Nera del Monti dedicato a Napoleone (1806) e\, nello stesso anno\, la Descrizione del Foro Bonaparte progettato da Antolini e l’Oratio Dominica dedicata al viceré Eugenio Beauharnais; l’Iliade greca (1808) in tre volumi amplissimi con dedica a Napoleone\, monumento tipografico inarrivabile; il Cimelio tipografico Pittorico offerto agli Augustissimi genitori del Re di Roma che riprende i 40 Scherzi poetici pittorici di Giovanni Gherardo de Rossi stampandoli in quaranta differenti caratteri entro uguale spazio\, vero tour de force tipografico. A questi insuperati monumenti tipografici si aggiunsero le ultime fatiche\, i classici francesi per l’istruzione del figlio del re di Napoli Gioacchino Murat (Fénelon nel 1812\, Racine nel 1813\, e La Fontaine e Boileau portati a termine dalla vedova nel 1814). \nLa morte: 1813  \nLa morte lo colse a Parma il 30 novembre 1813. L’annuncio della sua scomparsa fu dato alla città dal suono della maggiore campana del Duomo\, i cui rintocchi funebri erano riservati a principi\, alti dignitari e ai personaggi più illustri. Il corpo fu tumulato nella stessa cattedrale dopo le esequie celebrate il 2 dicembre\, a cui parteciparono i capi del governo\, della municipalità e di tutti i corpi scientifici e letterari. La vedova portò a termine i suoi progetti\, tra i quali la stampa nel 1818 del suo definitivo Manuale tipografico\, in due volumi\, con la dedica alla nuova sovrana Maria Luigia. Il Manuale\, frutto di oltre quarant’anni di lavoro\, è composto da 265 pagine di caratteri romani\, 125 di maiuscole\, 181 di caratteri greci e orientali\, 1036 fregi\, 31 contorni a pezzi mobili e 20 pagine di segni\, numeri ed esempi musicali. \nRiconoscimenti \nPer intercessione del de Azara Bodoni è nominato nel 1782 Tipografo di camera di Carlo III di Spagna; nel 1793 Carlo IV aggiunge al titolo una pensione annua di seimila reali. Nel 1803 l’Anzianato di Parma gli conferisce la cittadinanza onoraria e viene coniata una medaglia in suo onore. Nel 1806 si aggiudica la medaglia d’oro del primo premio all’Esposizione di Parigi\, dove aveva inviato quattordici sue edizioni. Nel 1807 viene esentato dal pagamento delle imposte come “sommo artista”. Nel 1808 riceve una pensione vitalizia da Murat e nel 1810 un’altra da Napoleone “in considerazione dei progressi che egli ha fatto fare all’arte tipografica”. Nel 1812 viene decorato con l’ordine Imperiale della Réunion. \nGiambattista Bodoni. Cronologia\n1740 \n26 febbraio. Giambattista Bodoni nasce da famiglia di tipografi a Saluzzo dove compie i primi studi di umanità e il suo tirocinio professionale\, anche come intagliatore in legno. Prosegue l’attività tipografica a Torino sotto la guida di Francesco Antonio Maiarese \n1758 \n15 febbraio. Parte per Roma dove sarà impiegato come torcoliere\, disegnatore di lettere e fregi in legno e compositore di caratteri esotici presso la Stamperia poliglotta di Propaganda Fide. Studia lingue orientali all’Università La Sapienza. A Roma rimarrà fino al 1766. \n1759 \nDa quest’anno\, fino al 1763\, è documentata la sua collaborazione ad alcune pubblicazioni: Alphabetum Tibetanum del padre Giorgi; Pontificale\, Rituale e Theotokia captoarabi del vescovo Tuki. Per l’opera del Giorgi fornì anche fregi firmati con le sue iniziali; per il Pontificale e per il Rituale stampò prove di frontespizi con il suo nome. \n1766 \nLascia Roma col proposito di andare a Londra\, ma a Saluzzo si ammala. Rimarrà in patria circa due anni sperimentando l’incisione e la fusione di caratteri. \n1768 \n24 febbraio. Arriva a Parma per impiantarvi e dirigervi la Stamperia Ducale\, chiamato dal Ministro Du Tillot su suggerimenito di padre Paciaudi che l’aveva conosciuto e apprezzato a Roma. \nOttobre. Esce quello che è considerato il suo primo libro: I Voti. Canto per La felicemente restituita salute di. . . Guglielmo Du Tillot. \nIn ottavo. \n1769 \nCollabora con l’architetto Petitot e l’incisore Bossi a varie pubblicazioni occasionali\, tra cui : Ara Amicitiae. \nIn folio. A memoria della visita dell’imperatore Giuseppe II. Le feste d’Apollo celebrate sul teatro di Corte. . . \nIn quarto. \nDescrizione delle Feste celebrate in Parma. . . per le nozze del duca Ferdinando con l’arciduchessa d’Austria Maria Amalia. In folio\, il più bel libro italiano di feste. \nInizia pure la collaborazione con l’orientalista De Rossi: In nuptiis augustorum principum. . . Poemata Poliglotta. \nIn quarto. Le iscrizioni esotiche sono solo in parte tipografiche. \n1771 \nFregi e Maiuscole incise e fuse da Giambattista Bodoni. . . \nIn ottavo. Il suo primo saggio tipografico con cui comincia la serie dei suoi Manuali\, ossia campionari di caratteri. \n1772 \nDiscorsi accademici. . . del conte Castone Della Torre Rezzonico. \nIn ottavo. Libro molto grazioso con le incisioni del Bossi. \n4 agosto. Con il numero di questo giorno gli viene affidata la stampa della «Gazzetta di Parma». \n1773 \nVersi sciolsi e rimati di Dorillo Dafnio. \nIn ottavo. Come il precedente con le incisioni del Bossi. \n1774 \nPel solenne battesimo di S. A. R. Ludovico Principe Primogenito. . . Iscrizioni esotiche a caratteri novellamente incisi e fusi. \nIn quarto. Primo opuscolo i cui caratteri orientali sono interamente tipografici. \n1775 \nEpithalamia exoticis linguis reddita. \nIn folio. Per le nozze del principe ereditario di Piemonte e Maria Cilotilde di Francia. È il suo terzo saggio tipografico con 25 caratteri orientali diversi\, ricco anche di 139 incisioni del Volpato e altri: il suo primo grande capolavoro. \n1779 \nAtti della solenne Coronazione fatta in Campidoglio della insigne poetessa. . . Corilla Olimpica. \nIn quarto. \nOpere poetiche del Signor Abate Carlo Innocenzo Frugoni. . . \n9 voll. in ottavo. Il vol. X (supplemento) è più tardo. \n1780 \nOpere di Antonio Raffaello Mengs . . . pubblicate da D. Giuseppe Niccola D’Azara. \n2 voll. in quarto. Azara\, ambasciatore del Re di Spagna a Roma è suo grande ammiratore e mecenate. \n1782 \nÈ nominato Tipografo di camera di Carlo III di Spagna. \nCours d’étude pour l’instruction du Prince de Parme. . . Par M. l’abbé de Condillac. \n13 voll. in ottavo. Porta il falso luogo di stampa “Aux deux Ponts” e la data 1782\, ma in realtà fu iniziato nel 1769 ed era già finito nel 1773. \nEssai de caractères Russes gravés et fondus par Jean Baptiste Bodoni. . . \nIn folio. In occasione della venuta del principe Paolo di Russia e della consorte. \n1783 \nGestorum ab Episcopis Salutiensibus. . . \nIn ottavo. Per la nomina del condiscepolo Lovera a vescovo di Saluzzo\, con 54 rami e le pagine contornate a pezzi mobili. \n1784 \nUpomnema Parmense in adventu Gustavi III. . . \nIn folio. Stupendo omaggio al re di Svezia in visita a Parma. \nProse e versi per onorare la memoria di Livia Doria Caraffa. . . \nIn quarto. Con numerosissime incisioni nel testo e fuori testo. \nAnacreontis Teii Odaria. . . \nIn ottavo. Con splendidi caratteri minuscoli greci. Dedicata al de Azara. \n1785 \nOdi di Anacreonte. \nAltra edizione\, in quarto\, in greco\, tutta in caratteri maiuscoli. \nOpuscoli di Agostino Gerli. \nIn folio. Con le belle figure della mongolfiera. \nIl Re Ferdinando IV delle Due Sicilie e la Regina Maria Carolina gli fanno visita. \nLettre de J. B. Bodoni. . . à Monsieur le Marquis de Cubières. \nIn quarto. \n1786 \nGli amori pastorali di Dafni e di Cloe di Longo Sofista tradotti. . . dal Commendatore Annibal Caro. \nIn quarto. Finanziato da un gruppo di 56 bibliofili\, è un capolavoro. Nelle poche copie stampate in più\, è per la prima volta apposta la scritta Impresso co’ caratteri bodoniani. \nAltra edizione del Longo in greco\, preceduta da uno studio del Paciaudi. In quarto. \nAristodemo. Tragedia dell’Abate Vincendo Monti. \nIn quarto. \n1787 \nVersi dell’Abate Vincendo Monti. \n2 voll. in ottavo. \n1788 \nManuale tipografico. \nIn quarto e in ottavo. Cento caratteri latini tondi\, 50 corsivi e 28 greci. \nSerie di Majuscole e caratteri cancellereschi. \nIn folio. Splendido Manuale mai portato a compimento\, ma già in parte diffuso dal 1782. \nSaggio di Poesie campestri del Cavalier Pindemonte. \nIn ottavo. \nViaggio a Bologna\, Firenze\, Roma e Napoli. Ovunque è accolto dalle più alte autorità\, sovrani\, papa e cardinali\, e dai letterati. A Roma è ospite del de Azara col quale progetta l’edizione dei classici latini\, greci e italiani. \n1789 \nIn funere Caroli III Hispan. Regis. . . Oratio. . . \nIn folio e in quarto. Con le incisioni di Morghen e Volpato. \nAminta Favola boschereccia di Torquato Tasso. \nIn quarto. I versi sciolti della dedica alla marchesa Malaspina sono tra i migliori del Monti. Bellissimo libro. \nIn marzo è a Milano e a Pavia. Invitato ad assumere la direzione della Reale Stamperia di Milano rifiuta\, come farà in seguito di fronte agli altri inviti delle autorità francesi della Lombardia. \nLo visitano le principesse di Francia zie di Luigi XVI e il conte di Provenza\, futuro Luigi XVIII. \n1790 \nIn luglio è ai bagni di Lucca a curare la sciatica. \nPer la stampa dei classici patrocinati dal de Azara\, che avrebbe voluto il tipografo a Roma\, il duca Ferdinando gli concede ufficialmente di aprire una stamperia particolare posta nei suoi appartamenti parmensi\, e dalla quale uscirà la sua produzione migliore\, cominciando dall’Orazio del 1791. \n1791 \n19 marzo. Sposa Margherita Dall’Aglio\, amorevole collaboratrice e continuatrice della sua opera. \n\nHoratii Fiacci Opera.\n\nIn folio. Il primo\, splendido classico stampato \ndai suoi torchi privati per il de Azara. \nThe Castle of Otranto di Horace Walpole. \nIn ottavo. Per conto del libraio londinese J.Edwards. \nAnacreonte. \nLe odi in greco e il commento latino sono in caratteri tutti minuscoli nella edizione in sedicesimo; tutti maiuscoli in quella in ottavo. Pregiatissimi volumi in piccolo formato. \nOdi dell’Abate Giuseppe Parini. . . \nIn ottavo. Ristampate nel 1799. \n1792 \nCallimaco. \nGreco e italiano\, due superbe edizioni in folio e una in quarto per le nozze di Carolina Teresa di Borbone con Massimiliano di Sassonia. \nLe stanze di Messer Angelo Poliziano. . . \nIn quarto. \nBritannia\, Lathmon\, Villa Bromhamensis di Robert Hampden. \nIn folio. Magnificamente stampato. \nGli fa visita Augusto Federico figlio di Giorgio III d’Inghilterra. \n1793 \nLuglio. Carlo IV di Spagna gli aggiunge al titolo di Tipografo di camera una pensione annua di seimila reali. \nDe Imitatione Christi. \nIn folio. Dedicato a Don Ludovico principe ereditario di Parma. \n\nVirgilii Maronis Opera.\n\n2 voll. in folio. È il secondo dei classici per il de Azara. \nElegia Inglese di Tommaso Gray sopra un cimitero campestre. \nIn quarto. Due traduzioni italiane e una latina. \nPoems by Mr. Gray. \nIn quarto. \nLonginus De Sublimitate. \nIn folio e in quarto. In greco e latino. Con dedica a Pio VI. \nAminta. di T. Tasso. \nSplendido in folio. \n1793 \nGabrielis Faerni. . . fabulae centum \nIn quarto. \nPastor Fido di Giambatista Guarini. \nIn folio e in quarto. \n1794 \nThe Seasons. By James Thomson. \nIn folio. \nLa Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. 3 voll. in folio. Dedicata a Carlo IV. Altra edizione pure splendida in 2 voll. \nTeofrasto (I caratteri). \nIn folio e in quarto. In greco. La prefazione è di Bodoni. \nCatulli\, Tibulli\, Propertii Opera. \nIn folio. \n1795 \nLa Divina Commedia di Dante Allighieri. 3 voll. in folio. Con dedica a Ludovico di Borbone. Si esaurì subito. \n\nCornelii Tariti Opera.\n\n3 voll. in folio. Dedicata al duca Ferdinando e tirata in soli 30 esemplari. \nSchermi poetici e pittorici. \nDi Giovanni Gherardo De Rossi con incisioni del Texeira Barreto o del Rosaspina. Varie tirature in ottavo e in quarto. Tra i suoi libri più fortunati. \nLa Religion vengée. Del cardinale di Bernis. \nIn folio\, in quarto e in ottavo. \nColutus. Raptus Helenae. \nIn folio. Dai bellissimi caratteri greci. \nGiugno. Subisce il furto di cento paginette di caratteri esotici approntate per il suo Manuale. \nSettembre. È a Bologna ospite\, festeggiato e onorato\, del conte Marescalchi. \n13 novembre. Inizia i rapporti con Pietro Miliani\, fabbricante di carta a Fabriano. \n1797 \nÈ colpito per tre mesi da podagra. \nManda caratteri in varie parti d’Italia\, alla Regia Stamperia di Madrid e in altre parti d’Europa. \nLavora al Petrarca in 2 voll. in folio\, al Cornelio Nepote e al Sallustio\, entrambi in quarto\, e alle Iscrizioni latine del Paciaudi : queste ultime usciranno nel 1798\, gli altri volumi nel 1799. \n1798 \nCompera il podere Pozzetto fuori Parma verso Reggio. \nMaggio. Lo visita il de Azara sulla via di Parigi dove è nominato ambasciatore. Si ritrovano a Milano e proseguono insieme per Torino. \nSoggiorno trionfale a Torino e Saluzzo. \nNel dicembre i sovrani piemontesi\, costretti all’esilio dai francesi\, passano per Parma e visitano Bodoni\, che poco prima avevano ricevuto alla Venaria Reale. \nManda gratis a Parigi i suoi alfabeti Fenicio e Palmireno\, richiestigli dalla Tipografia Nazionale. \n1799 \nI Didot lo attaccano censurando la scorrettezza del testo delle sue edizioni\, in special modo\, e a torto\, il Virgilio. \n1800 \nPitture di Antonio Allegri detto il Carreggio. . . nel Monistero di San Paolo. \nIn folio col testo italiano\, francese e spagnolo e le magnifiche incisioni in sanguigna del Rosaspina su disegni quasi tutti del Vieira già eseguiti nel 1794. \nII Mattino. . . di Giuseppe Parini. \nIn ottavo. \nPoesie di Ippolito Pindemonte. . . \n2 voll. in ottavo. \nAesopi Phrygii fabulae . . . \nIn folio. In greco e latino su due colonne. \n1801 \n26 dicembre. Subisce un grave furto di preziosi\, per lo più doni ricevuti dalla munificenza dei principi. \n1802 \nDicembre. Un incendio presto domato nella sua casa mette in pericolo la sua stamperia. \n1803 \nOrazione funebre in morte di D. Ferdinando I. . . \nIn folio\, in quarto e in ottavo. Col testo del Giordani recitato il 15 dicembre precedente. \n17 agosto. Per aver offerto gratuitamente la stampa dell’Orazione\, l’Anzianato di Parma gli conferisce la cittadinanza onoraria e fa poi coniare medaglie d’oro\, d’argento e di bronzo col suo ritratto. \nPrende corpo il progetto della stampa dell’Iliade greca con l’aiuto del Governo Cisalpino. \n1805 \nOmero\, Inno a Cerere. \nIn folio. Pubblicato come saggio di prova dell’Iliade greca. Con dedica a Francesco Melzi d’Eril. \nMaggio. È ricevuto in udienza da Pio VII\, di passaggio a Parma\, che lo sollecita a superare la parigina Oratio Dominica del Marcel con la stampa di un’edizione più ricca di lingue e caratteri. \n27 luglio. Napoleone in visita a Parma chiede di Bodoni e lo avrebbe ricevuto volentieri se il tipografo non fosse stato al letto per un attacco di podagra. \nSuo tracollo fisico dopo una cura sbagliata. \n1806 \nGennaio. Il governo lo nomina Maire aggiunto della città di Parma. \nMedaglia d’onore decretata dal Pubblico di Parma al celebre Tipografo Gio: Batista Bodoni Cittadino Parmigiano. \nIn folio e in quarto. \nDescrizione del Foro Bonaparte. \nIn folio con le incisioni dai progetti dell’architetto Antolini. \nIl Bardo della Selva Nera. . . Di Vincenzo Monti. \nIn folio\, in quarto e in ottavo piccolo e grande. Con dedica a Napoleone. L’edizione in folio è uno dei suoi capolavori. \nOratio Dominica in CLV linguas versa . . . \nIn folio. Ricca di ben 215 caratteri diversi latini\, greci ed esotici per le versioni del Pater noster. Con dedica al viceré Eugenio. \nMaggio. Invia all’Esposizione di Parigi\, su sollecitazione del governatore Junot\, quattordici sue edizioni e si aggiudica la medaglia d’oro del primo premio. \nLuglio. È a Milano per portare l’Oratio Dominica a Eugenio di Beauharnais e ne è ospite a Monza. \n1807 \nSwiatynia Wenery w Knidos (II tempio di Cnido). In quarto. In polacco con caratteri espressamente disegnati. \nÈ esentato dal pagamento delle imposte come “sommo Artista”. \n19 dicembre. È scelto fra i dodici principali cittadini inviati a complimentare Napoleone ad Alessandria. \n1808 \nOmero\, Iliade greca. \n3 voll. in folio. Con dedica a Napoleone. La sua opera più monumentale\, uno dei capolavori della tipografia d’ogni tempo. \nGennaio. Riceve una gratificazione di mille luigi d’oro e una pensione annua di milleduecento lire italiane dal viceré Eugenio. \n19 luglio. È collocato nella lista per la Deputazione del Corpo legislativo. \nAgosto. Riceve una pensione dal re di Napoli\, Gioacchino Murat. \nNovembre. Per aver inviato alla Stamperia di Propaganda Fide le matrici tonde e corsive di quattro caratteri\, è remunerato da Pio VII con un mosaico in pietra dura raffigurante l’Ecce Homo di Guido Reni. \n1809 \nLe più insigni pitture Parmensi. . . \nIn folio e in quarto. Splendida opera che vide la luce però solo nel 1816\, con dedica della vedova Bodoni alla duchessa Maria Luigia. Le incisioni del Rosaspina su disegni del Vieira\, fatte nel 1795\, raffigurano anche i quadri portati a Parigi dai francesi. \nNovembre. Re Gioacchino Murat\, nella sua breve sosta a Parma\, ammette alla sua presenza il solo Bodoni\, che gli fa omaggio dell’intera collezione delle sue opere. \n19 novembre. Fa testamento. \n1810 \n21 gennaio. Lamberti presenta a Napoleone l’esemplare dell’Iliade in pergamena di Baviera. \nLuglio. Napoleone assegna a Bodoni una pensione vitalizia di tremila franchi «in considerazione dei progressi che egli ha fatto fare all’arte tipografica». \n1811 \nTra le varie onorificenze riceve l’Ordine delle Due Sicilie. \nAvutane l’autorizzazione e un’anticipazione finanziaria\, inizia la stampa dei Classici francesi dedicati a Murat per l’istruzione del figlio Napoleone Achille. \nCimelio tipografico-pittorico offerto agli Augustissimi genitori del Re di Roma. \nIn folio e in quarto. Per la nascita del figlio di Napoleone gli Scherzi poetici e pittorici del De Rossi vi sono stampati in 40 caratteri diversi entro uguale spazio. \nPéricles. . . Di Charles d’Alberge. \nIn quarto. Magnificamente stampato. \nMaximes et Réflexions… Di La Rochefoucauld. \nIn folio e in quarto. \nSonge de Poliphile. . . \n2 voll. in quarto. Con dedica alla regina di Napoli Maria Carolina Murat. \n1812 \nBodoni è spesso ammalato. \nDescrizione\, del dipinto a buon fresco. . . dal Sig. Cavaliere Andrea Appiani. . . \nIn folio e in quarto. Con la data 1811\, ma stampato agli inizi del 1812. \nLes aventures de Télémaque. . . di Fénelon. \n2 voll. in folio. Il primo dei classici francesi stampati per ordine di Murat\, da Bodoni considerato il suo libro più perfetto. \n16 febbraio. Lo visita il conte di Saint-Vallier per significargli la stima di Napoleone\, come l’imperatore gli aveva ordinato di fare. \n28 marzo. È decorato con l’Ordine imperiale della Réunion e riceve il dono di diciottomila franchi. \nNapoleone regala all’Imperial Biblioteca di Parigi (ora Bibliothèque Nationale) l’esemplare in pergamena dell’Iliade. Il secondo esemplare in pergamena offerto a Eugenio di Beauharnais è dal 1929 presso la Biblioteca Palatina di Parma\, e ora fra le opere del Museo Bodoniano. \n1813 \n30 novembre. Sua morte. Se ne diffonde il triste annuncio per la città col suono della maggiore campana del Duomo\, il Bajon\, riservata alle famiglie e ai personaggi più illustri. \n2 dicembre. Sono celebrate le sue esequie\, a cui partecipano i capi del governo\, della municipalità e di tutti i corpi scientifici e letterari. Il suo corpo è tumulato nel cappellone nord della cattedrale\, mentre il cuore e i visceri sono nella quarta cappella destra della chiesa di S. Bartolomeo in Ghiaia. \nLa vedova\, dopo aver portato a termine le opere iniziate da Bodoni tra cui Racine (1813)\, La Fontaine e Boileau (1814) e il grande Manuale in due volumi (1818)\, prosegue in proprio l’attività tipografica.
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SUMMARY:Daniele de Strobel
DESCRIPTION:Daniele de Strobel (Parma\, 1873 – Camogli\, 1942) oggi è un artista che viene ricordato soprattutto per le luminose atmosfere della Sala a lui dedicata alla Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza\, già Sala del Consiglio della Camera di Commercio\, dipinta\, con l’aiuto di Giuseppe Carmignani quadraturista\, nel 1925. Eppure fu non solo artista poliedrico\, ma tra i protagonisti della sua epoca. \nÈ per farlo meglio conoscere che la Fondazione Cariparma\, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Parma\, in occasione con la VII Settimana della Cultura 2005\, ha organizzato un mostra dell’artista in Palazzo Bossi Bocchi\, con alcune opere inedite\, altre da decenni non visibili\, oltre che con quelle conservate nelle Collezioni della Fondazione e all’Accademia di Belle Arti. \nÈ anche la giusta occasione per valorizzare la donazione\, composta da materiale documentale e fotografico sulla vita dell’artista\, fatta alla Fondazione nel 1995 dal nipote del pittore Victor von Strobel. \nUn catalogo con lettura critica e artistica di Marzio Dall’Acqua\, Presidente dell’Accademia di Parma\, e di Romano Rosati\, che affronta il tema inedito di de Strobel e la fotografia\, documenta la mostra e le opere esposte. \nCentrale l’ultimo acquisto della Fondazione Cariparma una grande tela del 1905 intitolata Rogo d’eroi\, che fu premiata nell’anno successivo con il premio della Pace in una esposizione internazionale a Milano. È una aspra denuncia della crudeltà della guerra russo giapponese del 1904-1905\, ispirata da una incisione nipponica dedicata alla guerra cino giapponese di sei anni prima\, in un clima di acceso pacifismo che condivideva con il padre Pellegrino\, paleontologo noto a livello internazionale\, e la madre. \nDalle iniziali opere di carattere sociale e sentimentale\, tra cui La piccola mendicante del comune di Soragna e la Scena campestre dell’Accademia di Belle Arti di Parma\, de Strobel\, che illustrò la “Storia di Parma” di Bazzi e Benassi\, edita da Battei nel 1908\, fece una serie di opere di carattere letterario e storico\, tra cui La faida di Comune\, premiato nel 1906\, che viene presentata\, data la grande ampiezza che la rende intrasportabile (sei metri per tre)\, per la prima volta in una riproduzione integrale a colori. \nDa una pittura teatrale ad una realistica\, con una forte adesione\, dal 1910\, al divisionismo di Gaetano Previati e Plinio Nomellini. Con la boccaccesca Novella di Nastagio degli Onesti\, due enormi pannelli\, da molto non visti\, inizia una fase nella quale la pittura ad olio magro\, finge affresco o arazzo con luminosità e chiarità distese\, con un nuovo realismo. \nStraordinari i quadri dedicati agli animali e specialmente ai cavalli. Dagli anni trenta alla morte ebbe l’onore di dipingere il vincitore del Gran Premio Ippico di San Siro di Milano. \nIn mostra è stata esposta anche l’ultima opera I quattro cavalieri dell’Apocalisse (1942)\, con un inedito bozzetto\, in cui ritorna l’orrore della guerra dopo il trauma provato assistendo ai bombardamenti navali di Genova.\nDisegni\, fotografie d’epoca\, documenti hanno completato la mostra.
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SUMMARY:Gianfranco Manara alla Fondazione Cariparma
DESCRIPTION:A dieci anni dalla scomparsa\, la Fondazione Cassa di Risparmio di Parma\, nella sua sede espositiva di Palazzo Bossi Bocchi\, propone un omaggio a Gianfranco Manara (1924 – 1993). L’occasione è offerta dalla donazione da parte della vedova dell’artista alla Fondazione di ben 25 opere che arricchiranno le importanti collezioni permanenti esposte in Palazzo Bossi Bocchi e di cui una decina comporrà il nucleo fondamentale della mostra. \nL’esposizione\, accompagnata da un catalogo dove l’artista è ricordato da Stefano Fugazza e da altri studiosi del Maestro tra cui Raffaele De Grada\, Gianni Cavazzini e Rossana Boscaglia\, è composta da una quarantina di opere tra le quali figurano anche quelle donate alla Fondazione Cariplo e altre provenienti da collezioni private. \nManara\, nato “sulla riva del Po”\, a Casalmaggiore\, nel 1924\, ha compiuto la sua formazione iniziale a Parma presso l’Istituto d’Arte Paolo Toschi\, seguendo le orme dell’amato maestro Renato Vernizzi. A Milano ha svolto il suo appassionato magistero di insegnante alla Scuola degli Artefici dell’Accademia di Brera e ha praticato la pittura e la grafica con mirabile e appartata dedizione. Pittore padano\, ha riservato al paesaggio della sua terra una costante affettuosa investigazione\, come con uguale trasporto si è dedicato ai ritratti del ristretto ambito familiare\, al silenzioso mondo degli oggetti naturali e domestici e al pungente esercizio dell’acquaforte. \nRossana Bossaglia descrive la sua pittura come “comunicativa\, piena di brillante seduzione” invitando però a non fermarsi ad un approccio superficiale perché dietro quella coinvolgente gradevolezza vi sono una profonda elaborazione ed una assoluta finezza e la sintesi\, del tutto personale\, di stimoli\, suggestioni\, influssi che sembrano affondare le radici meno prossime in certa pittura ottocentesca così come nel Realismo Magico d’inizio Novecento o nel chiarismo.\nAll’incanto segreto e sognante della pianura intorno al grande fiume\, alla dolcezza dei paesaggi sembrano fare da contrappunto i ritratti\, forti\, a tratti duri\, e le incisioni che – scrive De Grada “rappresentano l’aspetto tragico\, incombente della vita contemporanea”. \n“Certi suoi volti – secondo Rossana Bossaglia – in primo piano\, compresi gli autoritratti\, hanno una sorta di scultorea durezza e fermezza. Ma nello stesso tempo Manara è capace di rendere il formicolio anonimo della folla\, quasi in una ripresa tardo impressionista\, o meglio ancora\, con un tratteggiare espressionista; una folla minutissima che ci dà il senso di un’animazione senza volto\, o si fa interprete di eventi collettivi”. \nIn Manara sono evidenti la gioia creativa\, l’energia\, il godimento del colore. Ma “dietro quelle immagini si legge sovente una profonda\, disincantata malinconia\, persino ai limiti della spietatezza amara”. Manara\, conclude Bossaglia\, è “un artista che va guardato non solo con diletto ma con emozionata e riflessiva attenzione”.
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SUMMARY:Il Divino Infante
DESCRIPTION:Sculture del Bambino Gesù dalla Collezione Hiky MayrLa celebre collezione di “Divini Infanti” di Hiky Mayr giunge a Parma\, nelle sale di Palazzo Bocchi Bocchi\, per iniziativa della Fondazione Cariparma che ha sede nello storico Palazzo.\nRispetto alle precedenti tappe\, la mostra pone maggior accento su una sequenza particolare della Collezione Mayr\, ovvero sulle Marie Bambine\, sorta di versione femminile di Divino Infante.\nSicuramente minoritarie per numero\, le effigi della Madre di Dio\, bambina\, sono “oggetti” di preziosità spesso maggiore\, per sontuosità degli abiti\, per qualità di realizzazione. Commissionate da conventi e monasteri femminili\, da famiglie nobiliari che intendevano fornire alle loro figlie una modello di vita\, le Marie Bambine sono state realizzate – come del resto i Divini Infanti – da abilissimi artigiani se non direttamente all’interno delle mura claustrali. I secoli di maggior “fortuna” di queste raffinate produzione devozionale furono il Seicento e Settecento\, quando il “genere” trovò ampio interesse non solo nell’Europa continentale ma anche in territori lontani\, dalle Filippine al Brasile. \nCosì come i Divini Infanti\, le Marie Bambine erano realizzate in legno intagliato e dipinto\, in cera\, terracotta o cartapesta\, materiali spesso accostati con grande disinvoltura. Per i vestiti si ricorreva spesso ad un “riciclo” di paramenti sacri o vesti dimesse o offerte dalle devote. Nel caso specifico delle Marie Bambine\, la tipologia principale\, che si riferiva ad un preciso prototipo conservato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli\, prevede l’utilizzo della cera. Negli esemplari in mostra\, provenienti dall’Italia del Sud\, si è fatto ricorso anche a materiali diversi: terracotta\, cartapesta\, legno.\nLa collezione Hiky Mayr – considerata la più importante al mondo – è stata “scoperta” alcuni anni fa da Franco Maria Ricci che le ha dedicato un prezioso volume e che si è reso promotore prima della mostra milanese al Museo Diocesano ed ora di questa rinnovata edizione parmense. \nLa realizzazione di sacre effigi del Bambino risalgono alla rappresentazione dei “drammi liturgici” medioevali\, diffusi tra il Mille ed i secoli immediatamente successivi. In questi “drammi”\, le principali figure sacre\, e tra esse il Bambino\, erano “interpretate” da effigi lignee. Nei secoli successivi\, con l’instaurarsi di uno specifico culto nei confronti del Divino Infante e di Maria Bambina\, si diffusero sculture rappresentati i due sacri soggetti. Erano – come la mostra evidenzia – opere di formato anche piuttosto imponente (sino ad 80 – 90 cm di altezza)\, oggetto di un culto collettivo\, affiancate ad altre\, di misura più contenuta\, destinate ad un culto più domestico.\nStoricamente è tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento che si assiste alla riscoperta dei valori positivi legati all’infanzia ed è in quest’epoca che le statue di Gesù Bambino e di Maria Bambina divengono oggetto di pratica devozionale molto intensa. La loro produzione giunse all’apice nel Settecento\, con realizzazioni dalla forte impostazione realistica\, di straordinaria qualità scultorea\, di assoluta accuratezza del dettaglio. Discorso a parte meritano gli abiti: interi corredi\, per i diversi momenti dell’anno liturgico\, accompagnavano alcune delle più belle effigi.\nPoi una rapida decadenza ed una produzione che si avvicina più all’artigianato che all’arte.
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SUMMARY:E. A. Petitot nel bicentenario della morte
DESCRIPTION:La mostra\, aperta dal 28 aprile al 30 giugno 2002\, propone la visione di 69 disegni originali dell’architetto Ennemond Alexandre Petitot (Lione 1727- Parma 1801)\, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma.\nParte di essi furono esposti nell’importante rassegna del 1997 Petitot un artista del Settecento europeo a Parma\, tenutasi nella sede della Fondazione e accompagnata da un catalogo esemplare\, con il contributo di illustri studiosi e l’eccezionale allestimento di Pier Luigi Pizzi. Ora verranno esposti\, fra gli altri\, un discreto numero di inediti recentemente acquisiti dalla Fondazione. La mostra vuol rendere un omaggio doveroso al bicentenario della morte dell’architetto e concludere la ricerca filologica iniziata nel 1989 che ora sfocia nel volume dedicato da Giuseppe Cirillo a Petitot\, con ben trecento pagine di testo recanti cinquantotto illustrazioni\, e di duecentotrenta figure fuori testo. L’opera\, frutto di capillari ricerche d’archivio\, spoglio delle fonti manoscritte e a stampa\, si propone come una fonte per la storia dell’arte e della cultura parmense che va dalla chiamata a Parma di Petitot (1753) come architetto della corte ducale alla morte (1801).\nLa Fondazione della Cassa di Risparmio di Parma che ha promosso la mostra e la pubblicazione del volume\, finanziato i lavori di restauro del Giardino Ducale di Parma \, iniziato da Contant d’Ivry e portato a compimento dal Petitot\, chiude le celebrazioni petitoniane nella certezza di aver contribuito all’arricchimento culturale della città e restituito ai parmigiani l’affascinante\, rinato Giardino Ducale.\nNell’esposizione si evidenziano tre gruppi di disegni: quelli dedicati ai giardini di Parma e Colorno\, con le grandi planimetrie colorate e particolari per cancellate e padiglioni; il gruppo di spaccati e piante per un teatro pubblico e i progetti per ville di campagna sorprendentemente moderni\, frutto di una maturazione e di partecipazione ai nuovi tempi stilistici e politici che l’architetto farà propri in vecchiaia. \nEnnemond Alexandre Petitot\n( Lione 1727-Parma 1801) \nNato a Lione nel 1727\, nel 1741 entra nello studio di Jacques Soufflot\, suo primo maestro\, quindi va a Parigi all’Académie d’Architecture. Trasferitosi a Roma\, nel 1746 ottiene il brevetto di Allievo Architetto dell’Accademia di Francia che aveva sede nella città. Nel 1753 è primo architetto della corte borbonica a Parma. La città vive un periodo felice legato all’attività riformista e illuminista del primo ministro Du Tillot al quale si assocerà spesso il nome di Petitot\, divenuto l’artefice dei numerosi progetti da lui commissionati.\nI suoi interventi incominciano nel 1753 a Colorno con la Veneria\, palazzina di caccia voluta da Filippo\, e con i due appartamenti verso il giardino nel Palazzo Ducale\, dove crea la Sala Grande (1755) e ricostruisce lo scalone verso il giardino (1757). Dal 1754 lavora al Giardino Ducale di Parma disegnando alcuni vasi che Bouodard in seguito scolpisce. Lo stile adottato dal Petitot è concettualmente pensato tra il razionale e il precoce neoclassico\, secondo un programma moderatamente riformista in cui l’artista si rinnova nel profondo senza cesure con la storia. La realizzazione del tempietto di Arcadia (1769)\, ultimo suo intervento per il giardino\, in onore di Ferdinando e Maria Amalia\, nuova coppia regnante\, mostra un disegno originale e inedito: l’edificio in stile dorico circolare si identifica con l’architettura ruinistica del piccolo santuario della Sibilla di Tivoli. Nel 1767\, in vista delle fastose nozze\, aveva realizzato il progetto di rinnovo per il palazzo del Giardino. La facciata mantiene molti degli elementi preesistenti\, quali le finestre del piano terra e le lesene\, ma vengono aggiunti un orologio\, dei festoni vegetali ai lati delle finestre del piano nobile e due camini. Sempre all’interno crea il grande scalone d’onore a quadruplice rampa; progetta inoltre un viale extraurbano che si dipartiva dalla piazza semicircolare posteriore e giungeva fino a Colorno.\nNel 1760 lavora in intesa con il Boudard alla “Loge” ducale nel Teatro di Corte edificato dal Lolli.\nNel 1759 Du Tillot decide di trasformare lo Stradone Farnesiano Stradone Borbone\, sul modello dei boulevard di progettazione parigina\, con la funzione di recuperare le vie afferenti\, favorendo così la ripresa economica e sociale di una parte trascurata della città. Ai poli dello Stradone avrebbero dovuto trovarsi la Colonna Borbone progettata dal Petitot nel 1763 e spezzatasi durante il tragitto\, e il Casino del Caffè\, concepito come ritrovo mondano con funzione panoramica.\nFra il 1761 e il 1762 Petitot porta a termine i lavori per la facciata della chiesa di San Pietro\, il cui rifacimento si inseriva in un più ampio progetto di riscrittura della Piazza Grande per adeguarla ai nuovi criteri di abbellimento urbano.\nLa ripresa di una simbologia classica rientra in un preciso progetto del Du Tillot al fine di sottolineare l’origine romana di Parma\, e proprio in quest’ottica sembra nascere il progetto dell’Ara Amicitiae\, commissionato al Petitot per celebrare i rapporti con la casa d’Asburgo. Il cippo doveva riprendere il valore simbolico delle colonne militari dell’età tardoantica erette sulle vie percorse dagli antichi romani \, in onore dei quali riportavano scritte dedicatorie.\nNel 1769 è chiamato ufficialmente a partecipare ai lavori della Congregazione degli edili e a collabora con Bodoni e Benigno Bossi alla stampa della famosa edizione della Descrizione delle Feste per le nozze del Duca.\nNel 1766 aveva eseguito il disegno delle librerie da collocarsi nella Biblioteca Palatina\, realizzate poi dal Drugman.\nLungo sarebbe ancora l’elenco di opere che Petitot realizza o solo progetta\, ma sembra indispensabile ricordare la raccolta di una serie d’incisioni pubblicate verso il 1759\, che riunisce i progetti e le opere da lui eseguite databili intorno al 1756-57 e che serviranno anche alla successiva Raccolta di rami incisi in varie occasioni dalla Regia-Ducal Corte di Parma\, edita nel 1770. Di grande originalità inventiva sono inoltre le due raccolte incise Mascarade à la greque e Suite de vases.\nNel 1771 il primo ministro Du Tillot è destituito dalla carica e costretto a lasciare il Ducato\, il Petitot in parte\, in parte esautorato negli incarichi di corte\, continua l’insegnamento all’Accademia e a offrire varie consulenze private.\nAlla fine del secolo redige progetti simbolici di chiara adesione rivoluzionaria.\nMuore nel 1801 nella sua amata casa di campagna a Marore\, dove ancora si conserva il delizioso teatrino da lui costruito per gli spettacoli a cui partecipava come attore e musico.
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SUMMARY:Julien de Parme
DESCRIPTION:Aurora rapisce Cefalo Olio su tela\, Madrid Museo Nacional del Prado \nL’opera di Julien de Parme (1736-1799) ha richiamato l’attenzione di due enti\, la Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst di Rancate (Ticino\, Svizzera) e la Fondazione Cassa di Risparmio di Parma. Dalla collaborazione è nata questa mostra che è dislocata su due sedi. A Rancate dal 19 settembre al 28 di novembre e a Parma\, presso la Fondazione Magnani Rocca dal 12 febbraio al 30 aprile 2000. La mostra curata da Pierre Rosenberg dell’Académie Française e Presidente Direttore del Museo del Louvre si è prefissata di riunire l’intera produzione di dipinti e disegni del pittore finora conosciuti. Le opere – una ventina di dipinti e una cinquantina di disegni – provengono dai principali musei francesi\, dal Prado di Madrid\, dall’Albertina di Vienna\, dal Museo Nazionale di Stoccolma\, dalla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze e da numerose collezioni private. \nJulien de Parme\, artista nato a Cavigliano\, nella Svizzera italiana\, è stato in passato confuso con alcuni suoi contemporanei\, lo scultore Pierre Julien (1731 – 1804) e il pittore Simon Julien de Toulon (1735 – 1800). Per questo la sua storia e la sua opera sono tutto da riscoprire. La sua formazione\, che fu soprattutto locale\, si amplia durante un soggiorno a Roma di dodici anni e si completa in Francia. \nPoco considerato dal mondo artistico ufficiale\, come l’Accademia di Francia a Roma e l’Accademia Reale di pittura e scultura\, ebbe tra i maggiori sostenitori il potente ministro del ducato borbonico di Parma\, Guillaume Du Tillot\, ma anche artisti come il pittore belga André Corneille Lens o il grande scultore e incisore svedese Johan Tobias Sergel. La sua carriera non fu\, per riconoscimento e fama\, delle più brillanti\, ma Julien de Parme non desistette mai\, pur soffrendo dei numerosi insuccessi\, come si legge nella corrispondenza che ebbe con Lens e nella sua movimentata autobiografia. \nAmbiziose per i soggetti\, che sono quelli che i grandi maestri neoclassici affronteranno a loro volta\, le opere di Julie de Parme disorientano e sorprendono. Deliberatamente l’artista rifiuta la pittura francese alla Bouche\, allora di moda\, e guarda all’antico e a Raffaello\, convinto di riuscire a rinnovare\, attraverso illustri discendenze\, la pittura.\nIl catalogo\, pubblicato da Skira\, si pone come prima vera monografia dell’artista e cerca di collocare la produzione di Julien de Parme nell’ambito delle coeva pittura europea e di evidenziare quelle novità compositive e formali che la inseriscono tra le ricerche più audaci del suo tempo\, anticipando\, con la sua arte\, tematiche che avrebbero poi fatto la fortuna di David. Risultano utili in questa logica anche gli scritti dell’artista. \nUn capitolo particolare è inoltre dedicato a Simon Julien e a Pierre Julien\, tante volte confusi con Julien de Parme\, che nonstante il “nome d’arte” francese con cui ci è noto\, affonda le sue radici nella cultura italiana. Vi è inoltre incluso\, in copia anastatica\, il catalogo il catalogo delle opere appartenute a Julien de Parme (capolavori\, fra gli altri\, di Raffaello\, Leonardo\, Parmigianino)\, pubblicato nel 1794 in occasione della vendita all’asta ed esistente in copia unica presso la Biblioteca di Ginevra: un documento eccezionale che fa luce insieme sulla cultura dell’artista e sull’arte classica\, per cui potrà essere incentivo a ulteriori studi che vanno oltre la personalità del nostro pittore. \nAvvincente è la biografia di Julien de Parme\, al secolo Bartolomeo Ottolini\, nato a Cavigliano (Ticino\, Distretto di Locarno) nel 1736. Cresciuto con la madre\, si trasferisce presto\, a Craveggia in Val Vigezzo (Novara)\, dove apprende i rudimenti dell’arte nello studio del pittore Giuseppe Maria Borgnis (1701 – 1761). Nel 1747 Julien lascia definitivamente Craggia e si reca in Francia\, dapprima a Bourges poi a Diors\, presso Châteauroux\, dove lavora come ritrattista\, e successivamente a Parigi\, dove entra in contatto con i pittori Carle Van Loo (1705 – 1764). Dopo un breve e infruttuoso soggiorno nela capitale francese intraprende un viaggio verso il Sud e poi in Italia visitando Genova\, Livorno\, Pisa e Firenze. \nNel 1760 giunge a Roma\, dove decide di stabilirsi per dedicarsi soprattutto allo studio dell’arte antica e dei maestri italiani. Qui entra in contatto con Guillaume Du Tillot (1711 – 1775)\, potente primo ministro della corte borbonica di Parma che gli consente di approfondire la sua formazione. Da questo momento si dedica alla pittura di genere storico\, dipingendo quasi esclusivamente soggetti tratti dalla storia e dalla mitologia greca e romana. \nTesta di bambino matita e lumeggiature bianche. Chartes\, Musèe des Beaux-Arts \nNel 1773\, in seguito alla caduta del Du Tillot\, segue quest’ultimo a Parigi\, dove un sostenitore incondizionato nel duca Louis de Nivernais (1716 – 1798)\, amatore d’arte e uomo di lettere. Nonostante la sua protezione è dapprima osteggiato dallAccademia di San Luca\, che per impedirgli di dipingere giunge fino a sttrargli gli strumenti di lavoro\, e scultura\, che gli sbarra le porte. I suoi principi estetici\, la sua ammirazione per Raffaello e per l’antichità classica\, che anticipa di parecchi anni quella di David (1867) e dei maestri neoclassici\, sono inconciliabili con la “maniera francese” allora in voga. \nNegli ultimi anni\, pur annoverando tra i suoi amici ed estimatori lo scultore di corte Augustin Poajou (1730 – 1809) e il grande scultore svedese Johan Tobias Sergel (1740 -1814)\, Julien de Parme conduce una vita estremamente travagliata e isolata\, versando in grandi difficoltà materiali\, tanto che verso la fine della Rivoluzione è costretto a implorare l’assistenza dell’amministrazione delle Belle Arti e a vendere la sua collezione di maestri italiani. Julien de Parme muore a Parigi il 10 termidoro dell’anno 7 (28 luglio 1799) in Contrada Nuova Sainte Geneviève.
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SUMMARY:Bruno Zoni
DESCRIPTION:La retrospettiva\, curata da Luciano Caramel\, propone l’attività matura – a partire dalla metà degli anni Cinquanta – del pittore (Parma\, 1911 – 1986)\, al quale la Fondazione della Cassa di Risparmio di Parma ha già dedicato nel 1995\, sempre a cura di Luciano Caramel\, un’antologia del lavoro tra il 1930 e il 1954. \nQuella rassegna\, dopo aver documentato il poco noto percorso di Zoni lungo gli anni Trenta e Quaranta\, costantemente segnato da un’attenzione al vero insieme mentale e rispettosa del naturale\, talora anche con accenti fortemente espressivi\, si concludeva con una Marina esposta nel 1954 al Premio Michetti. \nLa nuova mostra muoverà da quel dipinto\, strutturato secondo una geometria di origine postcubista\, evidenziando il progressivo sciogliersi da schemi rigidi in opere dominate da un colore diffuso\, con echi dell’informale. Sono dapprima soprattutto vedute\, della costa ligure e della pianura padana\, ma anche di città come Venezia e in particolare Parma. Successivamente\, dal 1959-69 al 1963-64\, l’artista abbraccia una pittura segnica\, in figure\, oltre che ancora e soprattutto\, in paesaggi di alta qualità\, esposti in mostre prestigiose\, in Italia (nel Premio Esso del 1961 e nel Premio Sassari del 1962) e fuori (nel 1962 anche negli Stati Uniti). \nSi riaffacciano in questo periodo i temi industriali\, già coltivati nell’immediato dopoguerra. \nTra il 1964-65 e il 1968 si assiste invece al ritorno a immagini più costruite e integre\, in Vedute di Parma e in una serie di forti ritratti\, cui sono dedicate due sale dell’esposizione.\nSubito dopo\, tuttavia\, Zoni persegue un progressivo rarefarsi della figurazione\, sempre più dominata dalla luce\, in visioni decantate\, che si spingono fino agli iniziali anni Settanta\, prima del lungo periodo finale della vita dell’artista\, nel quale Zoni\, soprattutto per motivi di salute\, rallentò e poi abbandonò l’impegno diretto della pittura. \nAttraverso opere di alto livello – di collezioni pubbliche e private (tra esse quelle della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma)\, oltre che degli eredi – risulta dalla mostra un pittore per lo più inedito\, che costituirà una rivelazione non solo per gli studiosi e collezionisti non di Parma\, ma per i suoi stessi concittadini.\nPer questa retrospettiva\, Luciano Caramel ha selezionato oltre cento opere\, in predominanza ad olio su tavola o tela\, ma anche eseguite con altre tecniche e materiali\, tutte riprodotte nel catalogo edito dalla Fondazione\, accompagnate da un saggio del curatore e da ampi registi bibliografici. \nLA PRECEDENTE MOSTRA DEL 1995 DEDICATA A BRUNO ZONI
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SUMMARY:Luigi e Salvatore Marchesi
DESCRIPTION:Sono in mostra Luigi e Salvatore Marchesi\, i magici “pittori delle sagrestie”\, maestri della pittura di luce nell’Ottocento italiano. \nLa Fondazione Cassa di Risparmio di Parma ha riunito la maggior parte della produzione artistica dei due pittori (oltre cento opere tra oli\, tempere\, acquerelli e disegni)\, coinvolgendo numerose Istituzioni e Gallerie pubbliche italiane: l’Accademia di Belle Arti di Parma e quella di Brera a Milano\, i Civici Musei di Brescia\, Agrigento e Trieste\, la Fondazione Banco di Sicilia\, le Gallerie d’Arte Moderna di Milano\, Palermo\, Ricci Oddi di Piacenza e Torino\, la Galleria Nazionale di Parma\, il Museo Teatrale alla Scala di Milano\, la Pinacoteca Nazionale di Bologna\, le Amministrazioni Comunale e Provinciale e la camera di Commercio di Palermo\, oltre naturalmente a numerosi collezionisti privati. \nUna parte considerevole\, anche se non esclusiva\, delle tele di entrambi i Marchesi ha un soggetto inusuale anche per degli artisti di interni come essi furono ai massimi livelli: le sacrestie e\, accanto ad esse\, gli scorci di cappelle e navate di antiche chiese\, animate da sacerdoti\, monaci\, chierichetti\, sacrestani e fedeli\, fissati nelle tele in situazioni inconsuete. Di questi ambienti\, dove sfarzo e polvere spesso si coniugano\, Luigi e soprattutto salvatore amano cogliere la quotidianità al di fuori delle cerimonie sacre. \nC’è il vecchio prete che stampa le ostie\, un giovane cantore che vocalizza solitario\, sugli antichi corali\, il chierichetto costretto a togliere da un antico tappeto le gocce di cera incautamente fatte cadere\, il ragazzino arrampicato a spolverare un Cristo\, la giovane donna prostrata ai piedi dell’altare a supplicare il perdono divino\, sino ad un monaco riverso ai piedi di un pozzo\, forse al termine di una robusta libagione o al suo confratello che si occupa delle verzure che prosperano all’interno di un chiostro assolato. \nAtmosfere sospese che entrambi gli artisti colgono in momenti particolari di luce\, attenti a rendere tensioni e silenzi dove grandi architetture limitano e filtrano la potenza del sole mediterraneo. \nQuelle di Luigi e Salvatore Marchesi sono\, pur nella specificità di ciascuna personalità artistica\, stupende pagine d’arte e\, insieme\, di costume\, spesso documenti sopravvissuti a ricordarci monumenti oggi scomparsi o deturpati irrimediabilmente. \nE attraverso la prospettiva e la luce zio e nipote raggiungono livelli che trovano pochi confronti nella pittura di interni dell’Ottocento.\nLuigi (1825 – 1862) allievo del Boccaccio all’Accademia di Belle Arti di Parma\, subentra al suo maestro nel 1852. Vincendo il Gran Concorso di Paese\, ottiene dal Governo Borbonico un periodo di pensionato a Roma. Tornato a Parma\, la morte precoce interrompe l’evoluzione di una personalità che stava raggiungendo una affermazione nazionale. Con la sua pittura egli diventa il cantore delle chiese\, sagrestie\, chiostri e cortili parmensi restituendoci mirabilmente l’atmosfera ottocentesca della città nelle sue luci e nei suoi personaggi. \nIl nipote Salvatore (1852 – 1926)\, ad undici anni è già allievo di Guido Carmignani al Corso di Paesaggio all’Accademia di Parma; subito entra nel circuito degli artisti affermati: la consacrazione avviene quando alcune sue opere esposte nella Pinacoteca Pubblica di Parma. Nel 1871 affianca il Dalla Rosa all’Università di Roma nell’insegnamento di Geometria proiettica e descrittiva: gli studi di prospettiva lo portano alla pubblicazione anche di due trattati sull’argomento. Espone intanto a Brera\, a Firenze e a Bologna ma anche a Parigi. Sue opere vengono acquistate dalla Real casa e entrano nel patrimonio delle principali gallerie d’arte moderna e musei (Roma\, Milano\, Torino\, Piacenza\, Brescia\, Trieste\, Parma\, Agrigento\, Palermo…). \nDal 1886 insegna all’Accademia di Belle Arti di Palermo e nel capoluogo siciliano resta per 36 anni\, tornando a Parma solo nel 1922.\nConseguentemente molta della sua produzione artistica è conservata ancora oggi in Sicilia e i curatori della mostra sono riusciti ad ottenere da Istituzioni pubbliche e collezionisti siciliani molte delle sue opere migliori che costituiranno per il pubblico una vera scoperta. \nLa mostra si inserisce a pieno titolo nella riscoperta e valorizzazione dell’Ottocento italiano che varie città stanno compiendo negli ultimi anni.
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SUMMARY:La Collezione Pizzi
DESCRIPTION:È la sensualità del seicento\, secolo carnale ed intrigante\, sempre in bilico tra idillio e tragedia\, a costituire il motivo dominante della splendida Quadreria di Pier Luigi Pizzi\, una cinquantina di opere davvero straordinarieed intense di Luca Giordano\, Giuseppe Maria Crespi\, Josè de Ribera\, Pier Francesco Mola\, Francesco del Cairo\, Valentin de Boulogne\, Guercino\, Cigoli\, Theodor van Baburen\, Aniello Falcone\, Benedetto Fioravanti\, Giuseppe Recco\, Lionello Spada\, Jacques Callot\, Salvator Rosa\, Antonio de Bellis\, Giambattista Piazzetta\, Bartolomeo Guidobono\, Domenico Fiasella e di altri interpreti di un secolo che esalta quanto mai i sentimenti accesi\, le passioni estreme\, il tormento e l’estasi. \nLe tele e i disegni che Pizzi ha scelto per la sua collezione sono il frutto di un gusto squisito e raffinato\, attento alle ricerche degli storici dell’arte e interessato al soggetto dell’opera\, con una preferenza per i quadri rari e difficili. \nMolte delle tele rivelano un denominatore comune nell’esaltazione del corpo umano\, rappresentato ora in maneira poetica\, ora disperata\, ora sensualmente ambigua\, sia che si tratti del volto di un santo o di un nudo. \nAppartengono a questo affascinante filone i dieci quadri di Trophine Bigot\, Aniello falcone\, Luca Giordano\, Giuseppe Maria Crespi\, Belisario Corenzio\, il Guercino\, Jacques Callot\, Antonio de Bellis\, raffiguranti il Martirio di San Sebastiano\, il San Giovanni alla fonte che Valentin de Boulogne mutua audacemente dal Narciso del Bonechi\, aggiungendo al potente nudo maschile semplicemente una aureola e l’Angelo sterminatore di Abraham Bloemaert\, che soffiando la collera divina riduce gli esseri umani a esangui larve. \nCome pure il Martirio di Sant’Agnese del Cairo\, o la Venere che punisce amore di Martinelli o il Noli me tangere del Balassi. \nPizzi si mostra particolarmente interessato ai dipinti di scuola caravaggesca e agli sviluppi internazionali che essa ebbe\, con opere di qualità come Amore trionfante di Orazio Fidani\, le tele del Bigot\, del de Boulogne\, del Baburen e la superba Giuditta di Francesco del Cairo. \nRitrovando lo spirito dei collezionisti del Seicento\, egli integra l’intensità emotiva della sua quadreria con “pause di riposo”: mature morte\, paesaggi\, vedute. Tra gli esempi più belli\, il Trionfo di David di Codazzi e spadaro e la Veduta di un porto di Filippo Gagliardi. \nLe opere presenti\, oltre a documentare tre generazioni di artisti\, mostrano\, come ha affermato Arnauld Brejon de Lavergnée\, direttore del Palais des beaux arts di Lille\, “soprattutto l’esaltazione dei sentimenti imani\, l’amore-passione\, il misticismo\, la violenza e la sensualità che l’uomo chiede al corpo di esprimere…..Siano manieristi o caravaggeschi\, siano fiorentini o napoletani\, appartengano alla pittura di storia o a un genere minore\, i quadri sono tutti della stessa famiglia: la pittura dell’epoca classica e barocca. Pier Luigi Pizzi ha ritrovato\, nel vero senso del termine\, lo spirito di un’epoca\, come l’ha ritrovato mettendo in scena Haendel o la Passione secondo San Giovanni di Bach o Les Indes galantes e Hippolite et Aricie di Rameau”. \nDaniele Benati\, Michelle Borjon\, Arnauld Brejon de Lavergnée\, Maurizio fagiolo dell’Arco\, Eleonora Frattarolo\, Mina Gregori\, Mary Newcome- Schleier\, Gianni Papi\, Roger Rearick e Nicola Spinosa hanno redatto le schede del catalogo edito da Franco Maria Ricci. d’Italia \nL’introduzione è di Antonio Paolucci. L’esposizione è curata dai coordinatori delle attività culturali della Fondazione Giovanni Godi e Corrado Mingardi. \nCon questa mostra il celebre regista e scenografo stringe un nuovo cordiale legame con Parma\, la città originaria della sua famiglia\, mentre la Fondazione Cassa di Risparmio di Parma si apre ancora una volta alla collaborazione con il collezionismo privato più intelligente\, che ha il merito di salvaguardare e valorizzare un patrimonio d’arte che non ha limiti di frontiere e di epoche.
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SUMMARY:Argenti e argentieri a Parma tra '600 e '700
DESCRIPTION:Crisopoli: Città d’oro. Questo il nome dato a Parma nel VI secolo\, durante la dominazione bizantina. Crisopoli: il nome ripreso più volte da Bodoni per indicare il luogo di stampa delle sue magnifiche edizioni\, in quella seconda metà del Settecento che fu un’epoca d’oro della storia e della civiltà parmense. Epoca di cui gli stessi contemporanei più avveduti ebbero chiara coscienza. O\, come pure fu detto\, epoca di illusione. Illusione non poi tanto\, se i fasti di una corte che guardava a Parigi come a modello di stile e di vita – e lo faceva spesso velleitariamente – si rispecchiavano in parte su tutte le manifestazioni artistiche della piccola capitale nei decenni estremi dell’Antico Regime e ancora durante la Restaurazione Luigina: due realtà e insieme due miti\, quelli della borbonica Atene d’Italia e del governo felice della Duchessa\, miti che il nostro tempo nostalgicamente alimenta. \nIl numero\, il fervore\, la qualità degli argentieri e dell’argenteria parmense sono anch’essi la spia di queste età dell’oro. Per cui bene ha fatto Alessandra Mordacci ad avvicinarsi con rigore di ricercatrice esperta e puntigliosa all’argomento e a restringerlo a quelle due epoche contigue\, contrassegnate dal nascente ed affermato neoclassicismo. Così finalmente ci è dato ripercorrere il panorama il più possibile completo di tale originale operosità locale. Il frutto delle sue indagini\, o meglio\, delle sue rilevazioni sul campo sia archivistico che dell’osservazione diretta degli oggetti\, è compendiato nella monografia che è stata per noi l’occasione della mostra\, per la quale con orgoglio si può affermare essere essa la prima sul tema specifico. \nI benemeriti precedenti si limitano infatti alle sezioni d’argenteria delle mostre dedicate l’una al Settecento parmense “L’Arte a Parma dai Farnese ai Borbone (1979)”\, e l’altra a “Maria Luigia donna e sovrana (1992)”. Ciò che qualifica in modo particolare la mostra è la presenza preponderante delle argenterie profane provenienti – ad esclusione del nucleo giunto dal Quirinale presso cui confluirono con l’Unità d’Italia gli arredi ducali – da generosi collezionisti privati. Inoltre\, la maggior parte dei prestiti è inedita e corredata spesso da una puntuale documentazione archivistica\, relativa anche alla committenza\, e dall’illustrazione dei marchi\, molti rilevati per la prima volta. Su tanta parte poi della produzione argentiera parmense si riverbera l’inconfondibile segno stilistico di E.A. Petitot\, l’architetto che è stato oggetto della precedente fortunatissima mostra della Fondazione: la sua fantasia decorativa unita al rigore del lessico classico improntò veramente ogni manifestazione artistica del periodo a Parma. La mostra illustra il livello di specializzazione raggiunto dalle botteghe degli argentieri della città capitale del ducato\, spesso in stretta adesione ai modelli di corte legati alle mode di Francia\, di Roma\, di Milano e\, più tardi\, di Vienna. Vi sono esposti oltre cento manufatti che testimoniano l’evolversi del gusto della committenza privata\, pubblica ed ecclesiastica attraverso l’adesione\, di volta in volta\, agli stilemi dell’ultimo “rocaille”\, alle nuove armoniche proporzioni della transizione al neoclassico\, imperante poi fino agli esiti maturi dell’epoca di Maria Luigia\, a Parma costantemente memori della grazia e gentilezza proprie della sempre viva luce cinquecentesca di Correggio\, Parmigianino e Bedoli\, e tuttavia consonante con l’eleganza francese. Non vi mancano anche oggetti della tradizione ebraica e alcuni esempi di commissioni pubbliche prestigiose\, quale fu la “Mazza cerimoniale” dell’Università\, un capolavoro realizzato nel 1782 da Giovanni Froni e figli\, orafi di corte. \nL’esposizione e il catalogo costituiscono certo un contributo non secondario alla conoscenza della produzione argentiera italiana del passato.
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SUMMARY:L'ossessione della memoria. Parma settecentesca nei disegni del conte Alessandro Sansaverini
DESCRIPTION:La Raccolta Sanseverini\, custodita dall’Archivio di Stato di Parma\, costituita da 417 disegni\, databili agli ultimissimi anni del XVIII secolo ed entro il marzo 1806\, nasce dal passeggiare a piedi per la città di un nobile frettoloso ed eccitato che ha il desiderio di rappresentare tutto ciò che vede. Il conte Alessandro Sanseverini (1742-1814) attraversa la città e coglie al volo stemmi\, resti romani\, monumenti del passato\, tracce e segni anche minuti depositati dal tempo sulle case e nelle vie\, ma anche uomini e donne impegnati nel lavoro\, compromessi con la quotidianità\, intenti a conversare e scambiarsi insieme saluti e maldicenze con cordiale leggerezza\, come in uno straordinario album di fine secolo. Solo che si tratta di due secoli fa. La serie di immagini schizzate frettolosamente\, con una certa asprezza grafica e grande vivacità cromatica nella nervosa e talora approssimativa stesura degli inchiostri dal conte colonnello Alessandro Sanseverini è un patrimonio iconografico che forse nessuna città può vantare per quell’epoca\, anche perché progettato\, costruito e perseguito per volere di uno solo. \nI viaggiatori del Grand Tour\, le guide che si stampavano sempre più numerose\, una ricca produzione di incisioni e di grafiche illustrative\, la ripetitività dei quadri degli artisti vengono eleggendo degli scorci fissi per denotare una città\, pochi e più volte rifrequentati. \nIl conte aveva realizzato la Raccolta per Mederico Moreau de Saint-Mèry (1750-1819)\, amministratore generale degli Stati di Parma per i Francesi\, dal 1802 al gennaio 1806. Nell’Europa che si stava trasformando in impero napoleonico il piccolo ducato era rimasto un’enclave\, un’isola dimenticata dal tempo\, con un governatore dalla più ampia autorità che gestiva il potere in una illusione di totale autonomia per un duca che aveva dimostrato il massimo di opportunità politica morendo al punto giusto: un attimo prima che Napoleone lo costringesse pubblicamente ad abdicare. Con maggior coraggio il Moreau de Saint-Mèry\, piccolo\, loquace\, tondeggiante\, seppe resistere al grande “corso”\, allorché questi richiese una violenta e sanguinosa repressione contro i montanari piacentini della Val di Nure che si erano ribellati alla coscrizione obbligatoria. Rifiutò di prestarsi alla carneficina e fu richiamato a Parigi. \nCon quella curiosità illuministica e ormai scientifica che lo animava\, voleva scrivere su Parma ed il suo fazzoletto di ducato un testo topografico economico statistico e sociale\, che mostrava in spazi ristretti tante singolarità e difformità. La sua sete di documentare visivamente la quotidianità e tutti gli aspetti dell’esistente trovarono nel conte Sanseverini la macchina fotografica che mancava e nella Raccolta Sanseverini l’album che Parma\, ma che nessun’altra città\, aveva mai avuto. \nL’esposizione invece è stata organizzata con una ricostruzione dell’incantata fruttifera stagione che dall’insediamento dei Borbone a Parma nel 1748\, si irradia\, con dilatate onde al richiamo a Parigi del Moreau de Saint-Mèry da parte di Napoleone (1806). I mutamenti istituzionali\, gli eventi più significativi\, le tracce che hanno lasciato sul vissuto quotidiano\, costituiscono il grande affresco nel quale non solo si inserisce l’opera del Sanseverini\, ma anche quell’attenzione per il mondo delle campagne\, per gli strumenti del lavoro\, per la vita dei contadini\, degli artigiani\, degli operai\, dei venditori al minuto che sono anche i protagonisti dei disegni del conte. A questo mondo è sembrato opportuno lasciare un ampio spazio\, anche perché per molti costituirà una sorpresa. Il momento finale è l’applicazione di un metodo rivoluzionario\, totalmente innovativo\, per fotografare le filigrane più significative che si incontrano nella Raccolta Sanseverini.\nRichiamare l’attenzione su questa ulteriore conquista della tecnica che permette finalmente un vero studio scientifico delle filigrane e che apre un vasto campo alle ricerche non solo archivistiche\, ma anche biblioteconomiche e storico-artistiche.
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SUMMARY:Ennemond Alexandre Petitot. Un artista del Settecento Europeo a Parma
DESCRIPTION:Ennemond Alexandre Petitot\, nato a Lione nel 1727\, vincitore nel 1745 del Grand Prix de Rome\, trascorse cinque anni nella città dei Papi\, Roma\, frequentando\, agli esordi del neoclassicismo italiano\, Piranesi e fornendo le sue prime prove inventive. \nTornato in Francia\, è chiamato nel 1753 a Parma dal ministro Du Tillot per ricoprire la carica di architetto di corte e insegnante all’Accademia di Belle Arti fondata l’anno prima. \nA Parma rimarrà fino alla morte\, nel 1801\, progettando la Veneria\, la cappella ducale di San Liborio e gli interni della Reggia a Colorno\, il Palazzo Ducale in città\, la Chiesa di San Pietro sulla piazza principale\, un acquedotto ingegnoso\, lo Stradone con il caratteristico Casino\, la Galleria della Biblioteca Palatina\, il Palazzo di Riserva e molto altro\, col destino di non vedere portato a compimento quasi nulla. Una schiera di allievi architetti\, soprattutto lombardi\, diffondeva intanto il suo stile decorativo inconfondibile in tutta Italia. \n\nLa mostra\n2. Il contesto storico\, Parma Atene d’Italia\n 3. La vita
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SUMMARY:Alberto Pasini. da Parma a Costantinopoli via Parigi
DESCRIPTION:Pasini\, nato a Busseto nel 1826\, all’Accademia di Belle Arti di Parma ha come maestri di pittura e scenografia Giuseppe Boccaccio e Girolamo Magnani\, mentre all’approccio con la litografia lo guida Paolo Toschi. \nNel 1851\, dopo aver partecipato alla prima guerra d’Indipendenza\, si reca a Parigi\, dove si dedica principalmente alla pittura di paesaggio esponendo al Salon del 1853 e si lega d’amicizia con i pittori della scuola di Barbizon. \nNel 1855\, grazie all’interessamento del pittore Théodore Chassériau\, è aggregato come disegnatore alla missione diplomatica che\, agli ordini del ministro Prosper Bourée\, si dirige in Persia. E’ la svolta della sua vita. Stregato dall’oriente\, in questo suo primo viaggio e nei successivi che toccheranno gran parte dei paesi musulmani affacciati al Mediterraneo\, egli trae disegni e raccoglie impressioni che poi riverserà al ritorno in uno straordinario numero di dipinti. \nStabilitosi a Parigi\, esporrà spesso e otterà premi ai Salon e riceverà la Legion d’Onore\, mentre lo stesso Scià di Persia e il Sultano di Costantinopoli gli avevano commissionato opere. I collezionisti\, attraverso il famoso mercante Goupil\, si contenderanno le sue opere. \nLa sua è una pittura legata al vero\, che si riscatta dal documentario per la vivacità della pennellata\, per la sapienza luministica e compositiva. Disegno esatto\, resa atmosferica\, colore brillante\, taglio sapiente\, scelta di soggetti pittoreschi\, ma non oleografici\, tecnica mirabile fanno di lui\, fin dagli esordi\, uno dei più notevoli pittori orientalisti a livello europeo e il migliore degli italiani. Dal 1871 si ritira sulle colline torinesi\, a Cavoretto\, lasciandole per frequenti viaggi soprattutto a Parigi e a Venezia\, città che ritrae con sensibilità originale. A Cavoretto si accosta anche al paesaggio piemontese e valdostano con immutata felicità pittorica. Dopo la sua morte\, avvenuta nel 1899\, i suoi quadri continuano ad essere oggetto del più attento collezionismo internazionale.
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SUMMARY:Roberto Guastalla. "Pellegrino del sole"
DESCRIPTION:La mostra dedicata al pittore parmense Roberto Guastalla (1855 – 1912)\, ha inteso contribuire alla migliore conoscenza di un interessante momento della cultura figurativa a Parma – negli anni tra la fine del secolo XIX e gli inizi di quello successivo – presentando\, per la prima volta\, la complessa\, affascinante e pressoché sconosciuta figura di questo artista. \nLa produzione di Guastalla\, per lo più custodita in collezioni private e nota fino ad oggi a pochi specialisti\, è stata documentata attraverso un’importante serie di opere assolutamente inedite. \nCon oltre un centinaio di pezzi fra tele\, bozzetti preparatori\, disegni e fotografie\, è stata ripercorsa tutta la produzione del pittore. Guastalla riceve la propria formazione all’Accademia Parmense\, sotto l’insegnamento di Guido Carmignani\, acquisendo una solida preparazione di pittore di paesaggio\, come dimostra la tela del 1887 “Porto di Martorano sul Taro”. \nNel contesto scolastico\, grazie anche all’autorevole fama di cui gode a Parma Alberto Pasini\, Guastalla entra in contatto con un genere di grande fortuna in quegli anni e che diventerà dominante nella sua produzione: l’Orientalismo. \nNon si tratta però di un genere assorbito indirettamente\, bensì di una passione giovanile che prende forma\, nel corso degli anni\, dalla conoscenza diretta del vicino Oriente. \nCome sottolinea il titolo della mostra\, Guastalla diventa un “pellegrino del sole”\, continuamente in viaggio verso l’Egitto\, il Marocco\, e le vaste regioni dell’Impero Ottomano\, a cominciare dal 1886 fino al 1908\, quando attraversa per l’ultima volta il Mediterraneo\, per recarsi in Tunisia e Numidia. \nLa formazione di paesaggista rimane determinante; durante i viaggi il pittore punta il proprio occhio attento e allenato alla ripresa dal vero sulle città di Fez\, Mekinez\, Damasco o Il Cairo\, dando vita ad una serie di disegni e soprattutto di bozzetti\, che costituiscono uno degli aspetti più interessanti e originali della produzione di Guastalla. \nDurante i viaggi il pittore non porta soltanto pennelli e colori\, ma è accompagnato dalla macchina fotografica\, con la quale documenta ampiamente i paesaggi\, le architetture e i costumi dei paesi che visita. L’uso della fotografia come reportage di viaggio e supporto per la realizzazione di opere\, è un altro degli aspetti che la mostra ha documentato con ampiezza\, attraverso un grande numero di stampe originali eseguite dallo stesso pittore. \nGuastalla partecipa attivamente alla vita artistica cittadina\, presentando costantemente opere\, a cominciare dal 1879\, alle esposizioni triennali della locale Società d’Incoraggiamento. Egli è però attento alla più ampia realtà artistica italiana; non è quindi irrilevante che partecipi a numerose esposizioni sul territorio nazionale (Bologna 1888\, Milano 1891\, Firenze 1892). \nLa mostra è stata completata con il catalogo\, presentato da Rossana Bossagllia\, curato da Roberto Cobianchi\, Anna Mavilla\, Roberto Spocci\, edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Parma.
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SUMMARY:Soldi d'Italia. Un secolo di cartamoneta
DESCRIPTION:“Soldi d’Italia”\, ovvero più di un secolo della nostra storia recente rivissuto attraverso la cartamoneta. La mostra permanente\, curata dal professor Guido Crapanzano\, è visibile nella sede di Palazzo Bossi-Bocchi\, in quanto collezione di proprietà della Fondazione Cariparma. \nE’ una rassegna preziosa non solo perché ad essere esposti sono\, come indica il titolo\, i “Soldi d’Italia”\, ma soprattutto perché offre la possibilità di conoscere la produzione di cartamoneta italiana dalla proclamazione del Regno d’Italia a quella che abbiamo avuto nei nostri portafogli sino all’avvento dell’euro. \nLa collezione\, una tra le maggiori esistenti\, dispone di oltre 700 pezzi\, tra cui non pochi rarissimi o addirittura unici.
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SUMMARY:Bruno Zoni\, 1995. Opere 1930-1954
DESCRIPTION:Nella mostra monografica su Bruno Zoni – nato nel 1911 a Coltaro di Sissa (Parma) e morto a Parma nel 1986 – sono state presentate un centinaio di opere – pitture\, disegni e bozzetti scenografici – provenienti da collezioni pubbliche e private\, eseguite dal 1930 al 1954. \nLa scelta di limitare l’arco temporale preso in esame è derivata dal desiderio di presentare con maggiore larghezza l’attività del maestro dagli anni Trenta ai primi Cinquanta\, al di là della sintesi\, necessariamente troppo riassuntiva\, offerta dalla mostra antologica allestita nel 1987 nel Palazzo Farnese di Parma\, che affrontava invece l’intero percorso di Zoni. \nLa produzione della giovinezza e della prima maturità merita\, infatti\, un approfondimento\, per il suo interesse intrinseco e per le connessioni con la cultura artistica italiana coeva\, in particolare nel secondo dopoguerra; tale produzione\, prima d’ora\, non era stata studiata convenientemente. \nLa rassegna è stata preceduta da una ricerca analitica che ha permesso di datare\, per la prima volta convincentemente\, i dipinti e di fondare la scelta su presupposti storico-critici attendibili. \nZoni frequenta l’Istituto d’Arte Toschi di Parma\, dove si diploma nel 1931\, in seguito frequenta l’Accademia di Brera\, a Milano\, seguendo i corsi di scenografia\, disciplina nella quale otterrà il diploma. Parallelamente Zoni segue studi musicali\, di pianoforte e composizione\, che lo aiuteranno tra l’altro nell’attività scenografica\, sempre coltivata. \nTra le prime affermazioni\, la partecipazione nel 1939 alla III Quadriennale Nazionale del Paesaggio italiano a Bergamo (il I° Premio Bergamo)\, con opere preminentemente rivolte a temi paesaggistici. \nMentre gli anni Quaranta si aprono con alcuni straordinari grandi disegni a sanguigna di nudi femminili dalla forte carica espressionista\, affiora l’interesse – allora diffuso in Italia – per il postcubismo. Zoni tuttavia con scelta autonoma pare guardare a Braque (e al precedente di Cezanne) piuttosto che a Picasso. \nNegli anni dopo la Liberazione è anch’egli attratto dalla tematica sociale\, in disegni e dipinti di tema popolare robustamente strutturati\, che documentano l’intreccio tra postcubismo e impegno politico\, tra il 1947 e il 1948\, in immagini che sono tra le più efficaci dell’artista. \nNel 1950 Zoni espone alla Biennale di Venezia. Il suo mondo è cambiato. S’è fatto più disteso e di nuovo rivolto a registrare il paesaggio\, tuttavia presto con accenti stilistici di una lirica scansione geometrizzante. E’ allora che si avvicina a Birolli\, che frequenta e di cui diventa amico\, come da tempo lo era di Morlotti. Nasce di qui un nuovo periodo\, in cui il postcubismo è declinato con libera scioltezza. La rassegna ha presentato anche tavole e dipinti connessi all’impegno scenografico dell’autore\, tutti riprodotti nel catalogo a cura di Luciano Carmel\, edito dalla Fondazione.
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SUMMARY:Luigi Froni. Ritratti dell'esistenza
DESCRIPTION:Figura singolare\, eccentrica\, quella di Froni: nonostante abbia frequentato per un anno l’Accademia di Belle Arti di Parma\, nella sezione di architettura\, è da considerare in gran parte un autodidatta\, affascinato dalla scultura di Adolfo Wildt e Ivan Mestrovic\, nell’immediato primo dopoguerra. Una scelta coraggiosa\, ma che lo isola dai fermenti vivaci e contraddittori di quegli anni\, segnati dallo scontro fra il Futurismo e altre tendenze artistiche\, non solo d’avanguardia. \nIl suo vero esordio pubblico\, nel 1921\, coincide con il ritorno del Futurismo\, che a Parma ebbe nel “Rovente” ed in Piero Illari gli estremi paladini. Il Futurismo\, del resto\, proprio a Parma\, a differenza di quanto avveniva in altre città\, era riuscito a radicarsi saldamente nelle coscienze popolari\, esprimendo le tensioni delle classi lavoratrici che sfociarono nei famosi episodi delle barricate del 1922. \nFroni da Wildt ricava il senso drammatico\, il gusto dell’immagine psicologica del soggetto\, non il simbolismo. Dopo Un amico (1920)\, Maschera di Renzo Pezzani (1921) – il poeta era suo grande estimatore – arrivava a forme più essenziali\, meno tormentate\, come in Autunno (1927). Da qui parte la ricerca psicologica di Froni\, il suo indagare il soggetto\, il suo cercare di vedere oltre l’apparenza\, in una ricerca di autenticità e di svelamento che ha qualcosa di pirandelliano e che diventerà drammatica nelle opere realizzate nel secondo dopoguerra. \nFroni\, straordinario ritrattista\, indaga l’anima e tenta di afferrarne i segreti. Questa ricerca ha inizio con due affascinanti ritratti: Autoritratti del 1942 e del 1943. Le opere di Froni sono state lette talora come caricature in scultura\, ma in esse c’è una tale tensione\, un eccesso di monumentale\, un superare ed annullare il bozzetto\, per cui bisogna interpretarle per quello che sono: grandi maschere. \nFroni cerca di togliere la maschera ai suoi modelli\, di ridare ad essi autenticità. Quella di Froni è scultura esistenziale\, che denuncia lacerazioni\, solitudine\, esasperazione psicologica. Lo si vede in opere come Il Cardinale Stepinach (1952)\, Giovanni Guareschi (1953)\, Carlo Carrà (1959)\, Il Cav. Camattini (1960-62)\, Braga (1960-62)\, il chirurgo Dogliotti (1963-64)\, Winston Churchill (1964-65)\, Albert Schweitzer (1960-62) e nelle varie versioni del ritratto dell’attore Memo Benassi\, per non citare che alcuni casi.\nSu di un altro registro i ritratti di bambini e ragazzi\, còlti nella freschezza e spontaneità della loro gioia di vivere: dalle figlie Dadi e Bichi (fine anni ’30)\, a Il Capoclasse (1953)\, a L’ultimo della classe (1953)\, che è stato posto sulla tomba della maestra Lina Maghenzani\, madre di Giovanni Guareschi\, a Il giovane Sangiorgi (Anni ’50)\, fino a Giuliano Molossi (1960). \nLo stesso discorso per le tenere ed eleganti figure di donne e ballerine stilizzate\, pervase da un sottile erotismo.\nLa Commissione Toponomastica del Comune di Parma ha proposto di dedicare a Luigi Froni una delle nuove vie della zona Est della città\, accanto ai nomi prestigiosi dell’arte scultorea parmigiana del passato.
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